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Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado in edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente gli dico che sto andando all'opera. È spaventoso.
10 ottobre 2010
Trasloco
Zaque* ha finalmente compiuto diciott'anni, ed è ora di cambiare aria.
Dopo due anni di onorata carriera su questa piattaforma, chesonnocheho si trasferisce su blogspot.com. Niente di personale, eh. 
Comunque questo blog non chiude: forse continuerò a postare anche qui. Forse. Boh, insomma, questa sera non sono ispirata per un addio come si dovrebbe.
Sperando di riuscire a fare un collegamento ipertestuale decente,mi troverete qui:

Chesonnocheho 

in ogni caso, l'indirizzo:
http://chesonnocheho.blogspot.com/

La porta è aperta a tutti, spero di vedervi

Grazie di tutto

Paola.



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sentimenti
12 settembre 2010
rotta nella notte
Dalla finestra della camera, la luce di un lampione. Il silenzio della notte.
Non la disturba un ronzio di zanzara, non il russare dalle stanze vicine, non il rotolante fruscio delle foglie in giardino.
Gli occhi, gli occhi si spalancano da soli. La mente non si vuole spegnere; nel momento in cui si inizia ad assopire, ecco che il pensiero ritorna, esplode nel cervello in mille frammenti che si conficcano nella testa, il dolore che si riapre, gli occhi scattano, aperti, annegati di lacrime asciutte.

Mai fissato il soffitto così a lungo, pensa. Mai l'ho odiato così a fondo. Trave, legno, trave, legno, trave, legno, nodo sul legno, trave, legno, trave.
Buio.
Ti odio, ti odio, sparisci dalla mia testa.
Come io non ci sono nella tua, ora,
come non ci sono mai stata,
come non ci sarò:
così sparisci senza lasciare traccia, vattene. Vattene

Preme un tasto della sveglia, l'ora si proietta sul muro in laser rosso tecnologico: mezzanotte è passata da molto. Una macchina passa in strada, con calma.
Non la tiene sveglia una canzone che le gira in testa, non è il caldo o il freddo, non è il letto scomodo.
Scivolano le pupille sulla stanza, sul soffitto.Si gira verso il muro, sposta il cuscino, lo rimette a posto bruscamente, si gira ancora, e ancora. Soffitto.
Chiude gli occhi.

"Conta le pecore, pensa a tutto quello che hai fatto durante la giornata, ai particolari, cerca di ripassare quello che hai studiato, rilassati per addormentarti."
Ma la mente divaga, si sposta ancora -cosa starà facendo? Cos'avrà fatto oggi?- e ritorna ad ogni suo ricordo, gli occhi si riaprono, due oblò nella notte, sbarrati. Bocca in giù, occhi in su, il soffitto la guarda. I ricordi la circondano.
Un ti odio altalenante, sempre meno convinto, fino a contorcersi in una domanda.
Ti odio?
Retorica, non è vero?

Una finestra si illumina, lontana. Un gatto in strada rovescia un bidone di bottiglie.
Non la distrugge un rimorso, un rimpianto, uno sbaglio passato.
Gli occhi seguono il filo di un pensiero, uno solo!, che tormenta e non lascia, che scivola nella tua ombra seguendoti costante. Ti risveglia al mattino e ti disturba la notte, notte sola e triste.
Guarda ancora il maledetto soffitto.
"Cadi, dai, cadi" lo sfida "La facciamo finita, così. " solo una tempesta di esagerazione, tanta scena per niente. Niente? Niente non è niente.
Ma ancora quel tormento ritorna, e la contorce dentro, stomaco, cuore, mente in un nodo armato.

Manca, manca. C'è qualcosa che manca. Qualcuno.
Il soffitto è lì.
Occhi aperti.

Il momento prima di esplodere, un secondo prima di iniziare a piangere come una bambina, un attimo prima di sfinirsi, allunga la mano e afferra da uno scaffale una grossa rana di peluche, morbida.
La abbraccia, il mento su uno sferico occhio di vetro. La abbraccia e la stringe forte.
La rana la consola con il suo sorriso cucito e la sua pancia di imbottitura. I suoi occhi duri e luccicanti spalancati al posto suo.

Piano piano il pensiero si addolcisce.
In fondo sa che dev'essere così solo perché sta crescendo.
Piano piano si addormenta, il peluche stretto a sè.

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30 agosto 2010
notte fonda notte

"Come topi. Come piccoli, repellenti topi che corrodono la carne, famelici di spazi dove moltiplicarsi, piccoli e disgustosi, malvagi topi. Sono ovunque, ovunque: non un buco dove non si acquattino nelle loro piattezze da scarafaggio insinuante, nascosti all'occhio dell'ignaro,

tu sei l'ignaro, sarai costretto a lasciare per loro, costretto

atti nella loro falsità, a guastare tutto ciò in cui sono, in piccoli buchi in cui si rifugiano, maledetti. Come insetti, sì, come insetti. Come insetti piccoli e neri, arrivano, giungono da dio sa dove, riempiono tutto della loro sgradita e sgradevole presenza, si spostano, sì, si spostano non visti, scivolano infidi in ogni angolo, nelle loro forme ottusamente piatte ma arrotondate, neri, schifosi e viscidi, come rotelle di verme, sanguisughe, piccole sanguisughe, disgustose sanguisughe nere e appiattite.

Vanno cacciati, vanno cacciati

E tutto nasce dalla crescita, dalla loro crescita, quando da piccoli e bianchi, ancora nell'essenziale forma sottile non disturbano, stando immobili nei loro nidi. Ma poi il tempo passa, e i piccoli diventano grandi, anneriscono nel colore dello scarafaggio, iniziano lo sviluppo in forme dall'irritante aspetto e consistenza. Un pugno nell'occhio da vedere, quando rovinano la purezza di ciò che è tuo, tuo e di nessun altro, tuo, tuo

Vanno cacciati, vanno cacciati, vanno cacciati, vanno cacciati

Cacciati!, con un coltello, estirpati, pungolati a forza a scendere e fuggire, precipitare dai loro rifugi sicuri verso una piattezza acquosa, ripararsi sotto i resti per poi essere gettati, fatti sparire, i corpi da invasori annegati nelle fogne o seppelliti tra la spazzatura, più trovati, mai più trovati, morti eternamente morti al nostro sguardo, morti

Vanno fatti sparire! Sparire per sempre, dalla faccia della terra, devono...”


Pomi?


Sì Popi?


E' possibile che ogni volta che mangi una fetta di anguria tu debba fare tutto questo casino?


Ma i semi...


Nonono, che ma, che semi. Sono le tre del mattino. Taci.


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vita familiare
9 agosto 2010
Una Cenerentola



[Popi è in cucina con un grembiule bianco molto lungo, davanti a fornelli con pentolame. Sta preparando una cena sontuosa. Pomi entra in casa, con un grosso sacchetto di plastica bianco in mano, sbatte la porta. Popi, che fischiettava mescolando il contenuto pannoso di una pentola fumante, lo sente]

[senza distogliere lo sguardo dal suo mescolare] Pomi, ora che sei tornato dalla macelleria potresti andare a svuotare il secchio dell'umid... 

[entra in cucina e, come aveva premeditato a lungo, e provato salendo le scale, cercando le parole più adatte e risuonanti del suo sdegno, dà inizio alla sua drammatica ribellione] Basta!!

[Popi si gira, stupito] ...?

[tono da melodramma] Basta, Popi!! 

Che succede, Pomi?

[tutto va come previsto, Pomi può sciorinare il suo discorso come da copione. E così fa.] Sono stufo! Mi stai sfruttando, mi sento Cenerentola, tutto il giorno a girare come una trottola per aiutarti, ma mi stai facendo fare tutti i tuoi lavori, io

Ma Popi

[è il momento topico] No, no! [pausa ad effetto] Io non sono il tuo cavallo, Pomi!

...

...

...Il mio cavallo?


...Pomi, non capisco cosa tu voglia dire

[leggermente spiazzato, barcolla lievemente -il copione mentalmente si è strappato in mille coriandoli: la discussione sta perdendo il tracciato che lui aveva più e più volte mentalmente percorso-, Pomi si mantiene stabile nella sua posizione offesa, volta leggermente la testa] sì insomma, mi fai trottare a destra e a manca per eseguire gli ordini, io ti ho detto che ti aiutavo volentieri, ma ora devo correre al galoppo dovunque tu mi domandi, e sempre più cose, montagne [il tono sempre più concitato, accelera le parole in un flusso confuso]

Ah... Cavallo... Ho capito. [un sorriso sghembo e luminoso attraversa fulmineo il volto accigliato] 
Non sei il mio galoppino, Pomi, tranquillo. E neanche il mio cavallo: tu sei il mio asino. Ora prendi questo secchio e vallo a svuotare, ti prego. Gli ospiti arriveranno tra poco.


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4 luglio 2010
Vacanze al mare



C'è poi anche il giorno in cui l'Happy Family, dopo anni e anni di impedimenti legittimi e non, parte per la settimana di mare a fine Giugno.
Il giorno della decisione e dell'annuncio ebbe dell'incredibile, e ancora non ci crederei se la settimana balneare non fosse già venuta e passata.
Il pater familias prese la parola, a tavola. Come nel giorno annuale dell'annunciazione dell'orto.
“eora”
E già qui i volti dei figli, che presagivano già sventura, iniziarono a rivolgersi sempre più nei rispettivi piatti, le fronti imperlate di sudori freddi
“xe ora”
eh no, ma non è possibile, l'orto l'abbiamo già sistemato- si leggeva negli occhi
“che crompemo i biglieti par 'ndar al mare”
...sguardi allibiti si levano dai piatti di pasta: mare?
Ed era proprio mare. Con tanto di asciugamani e costumi, famiglia di amici con cui andare e macchina da prendere a noleggio.
I figli svennero.

Ovviamente, per una famiglia organizzata ai minimi storici quale HP è, l'andare in vacanza tutti e cinque assieme prevede una lunga odissea tra armadi e valigie per la preparazione intelligente dei bagagli e il tentativo -per quando flebile- di dimenticare a casa la minor percentuale di accessori indispensabili per una breve vacanza marittima.
Questo movimento preparatorio fu coordinato dalla Magistrale Organizzatrice -detta semplicemente mamma-, che in uno scandagliamento profondo di guardaroba, accompagnato da costante predicazione di preparare i propri fagotti, cercò di arginare i danni, cominciando il tutto all'inizio di Maggio.
Ovviamente i suoi consigli di anticipare il compito non furono seguiti, e quindi la sera prima della partenza le uniche borse ad essere pronte erano quelle preparate da lei, mentre i restanti quattro membri della famiglia si affaccendavano riempendo zaini e valigie con la tecnica dell'aspiratore a turbina (vale a dire arraffare tutto ciò che capita e scaraventarlo nel proprio bagaglio, in un vortice casuale, senza curarsi particolarmente di ciò che si è preso e senza fare particolare differenza se ad essere stato riposto è una pinza per dentisti o un costume da bagno).

Poi, la partenza. Ah!
Per seguire la classica vena alternativa che contraddistingue ogni iniziativa dell'HP, definendone il carattere bizzarro ed oltremodo disorganizzato, il pater familias optò per una partenza aerea alle setteequaranta. Il che significa una partenza automobilistica alle seiinpunto. Cioè una sveglia alle cinqueprecisesenonprima.
Considerando che la maggioranza schiacciante della famiglia era stata sveglia fino alle due, occupata nella preparazione dei propri bagagli, ciò risultò alquanto stancante.
In modo particolare fu sfibrante lo stipare nel bagagliaio della fedele auto i due borsoni, un trolley a forma di tigre, un cavallo a dondolo, una chitarra, due borse da spiaggia piene, una tracolla e uno zainetto in una disposizione mosaica e quantomai complessa ed instabile. Tanto instabile da far sì che, ogniqualvolta che il portellone veniva aperto per aggiungere un bagaglio dimenticato, -il che accadeva ad una frequenza media di un bagaglio ogni tre minuti e ventisette secondi- tutto il suo contenuto crollava a terra in un fracasso generale, mentre il pater familias ricordava animosamente il nome del signore e ricominciava poi rassegnato l'incastro, costretto a trovare una nuova strategia per far posto al nuovo pezzo del puzzle.
Si partì, dunque, alle seiequattrominuti, con rimprovero del PF per il ritardo, e conseguente accompagnamento di basso continuo per i primi quattro chilometri al ritmo di “no xe posibie, in sta casa, sempre in ritardo, no se parte mai giusti” (ad libitum sfumando).
La disposizione mosaicale del bagagliaio, poi, era rispecchiata nei sedili posteriori dell'auto, dovuto al fatto che i tre pargoli dell'HP non viaggiavano tutti insieme da lunghi tempi. Fu dunque uno shock per genitori e figli scoprire che il trio di bambolotti che un tempo si litigava lo spazio per allungare le gambe o posare la testa sul sedile si era ormai tramutato in un terzetto di mammut che non litigava più per il solo scopo di salvare ossigeno, carente in quella zona di macchina.
Ma in un modo o nell'altro, si partì.

I primi quattro chilometri, come si disse sopra, furono accompagnati dal borbottio paterno. A questo si aggiunse un fenomeno che dubito mancare in qualsiasi famiglia in partenza: il ritorno. Già, perché quale padre al volante può resistere all'estremo impulso di obbedienza che sferra la pietrosa e lacrimosa richiesta “papà, ho dimenticato il cellulare, torniamo indietro!”?
Questo si ripete dalle due alle diciassette volte -tale record si registrò nel 1932, quando una famiglia composta da otto membri, di cui sette di sesso femminile, si vide costretta a percorrere in un avanti e indietro tra la casa e la stazione dei treni una distanza pari a tre volte quella che sarebbe complessivamente dovuta essere per arrivare alla destinazione balneare-, ad intervalli regolari ma sempre più lunghi. Difatti, se la prima retromarcia viene innestata prima dell'uscita dal vialetto di casa, l'ultima inversione a u sarà fatta a tre chilometri e mezzo dal cancello. Dell'aeroporto, sia chiaro.
A questi fattori di rallentamento si aggiunge l'occasionale brusco arresto a causa di un attraversamento pedonale di una famiglia di quaglie composta da quarantasette elementi, ma la cosa è alquanto rara.

Partiti, dunque. E miracolosamente, il numero dei ritorni tempestivi si era limitato a due, in un tempo relativamente breve.
Come un paio di jeans aderenti si adatta alle forme di chi li porta, allargandosi ed ammorbidendosi, permettendo alle cosce di respirare e all'indossatore di pensare di essere dimagrito miracolosamente, così la macchina si adattò alle forme dei tre giovani mammut, lasciandoli mano a mano liberi di compiere perlomeno i movimenti necessari.
Questo non fu proprio positivo, perlomeno per chi abitava i sedili anteriori.
Difatti, per supplire alla grave carenza di sonno, il trio bananas aveva consacrato la sveglia al sacro rito del caffè, ingurgitandone una media di tre tazzine a testa. Considerando che due dei tre non avevano mai assaggiato cotanta bevanda, gli effetti furono deleteri.
La macchina implose di note.
Ognuno dei tre giovani, ovviamente dotati di Ipod funzionante e perfettamente carico attaccato alle orecchie, eccitato dalla partenza finalmente riuscita e dalla caffeina, iniziò a canticchiare, aumentando il volume esponenzialmente, e dimenarsi nel minimo spazio concesso sulle note e i ritmi più disparati: essendo poi tre i fratelli e tre le canzoni in ascolto, il tutto creava una cacofonia insostenibile, in un crescendo di tensione dell'autista e di passione dei cantanti, sempre più eccitati e divertiti e appassionati nella loro prestazione canterina... Un secondo prima dell'esplosione del pater familias, a ciò fu posto rimedio: un Ipod -uno solo!- fu collegato alla radio, e si ascoltò una canzone per volta.
Purtroppo i ritmi accelerati dalla caffeina facevano sì che il tempo dopo il quale i tre erano già stanchi e cambiavano canzone -litigandosi l'Ipod per poter prendere il comando dell'ascolto- ondeggiava tra i quindici secondi ed il minuto e mezzo. Un ritmo insostenibile per i genitori, i quali, vedendo come unica alternativa il sentirsi cantare contemporaneamente canzoni di Lady Gaga, ACDC e Beatles, si rassegnarono, chiedendo però perlomeno una momentanea tregua per le loro orecchie.
Fu dunque deciso che si sarebbe ascoltato “My Sharona”, in religioso silenzio.
Al terzo “Myyysharona!”, però, la tensione e il desiderio raggiunsero picchi indomabili, e il trio esplose in un coretto che non si arrestò fino all'aeroporto, se non per eventuali pause per esclamazioni quali “tra quanto arriviamo?” “ho dimenticato l'alimentatore della macchina fotografica! TORNIAMO INDIETRO!” e “oh papà, ti stai facendo superare da una Fiat Idea! ...E anche da una Wolksvagen del 30 avanti Cristo! Che scrauso!”, sentenza che determinò una brusca accelerazione ex abrupto.

Fu solo dopo un'ora e mezza di viaggio, a ritmi vari ma pur sempre insostenibili, con la caffeina il cui effetto era sempre più vacuo, che da un mantello denso di nuvole si aprì uno squarcio dal quale sgorgò un raggio di sole ad illuminare l'aeroporto!
L'arrivo e il parcheggio, secchi e in ritardo quel tanto che basta per far innervosire ogni singolo elemento familiare -compreso il cavallo a dondolo-, furono una cosa sola, così come lo sbarco e lo scaricamento bagagli: tutta d'un balzo la HF scese dalla vettura, abbrancò le valigie senza badare all'ordine e trottò verso l'entrata, i trolley che inciampavano nelle scale mobili e i piedi che incespicavano per il sonno.
L'arrivo al check-in, un minuto prima della chiusura degli imbarchi.
“Happy Family, sì. Sì, tre figli... Ecco, s... Il passaporto? No, non ho il passaporto: non è un volo interno? ….come sarebbe a dire che serve il passaporto? Le foto dei figli? Sì, sono minorenni, ma... Mi dica: potremmo imbarcarli con le valigie?”
Mentre i quattro disorganizzati impallidivano per la carenza dei documenti dei due fratelli minori, la Magistrale Organizzatrice ghignò, sprezzante.
Poi, con un gesto scenografico, come un veterano giocatore di carte che sfodera il suo poker d'assi, estrasse il suo passaporto. Con gesto di ventaglio -leggero movimento di polso e l'aria di sufficienza ancora sul volto-, sbucarono da dietro il libretto i documenti del pater familias -flap! A destra- e della figlia -flap! A destra-.
Sfilando poi davanti agli allibiti figli e marito, si diresse al banco del check-in. Posò i documenti.
“ecco i tre passaporti. Si, gli altri due figli sono nel mio. Ecco le valigie... Sì, i biglietti li dia a me. Grazie”
Volgendosi poi verso gli allibiti "andiamo, cari".
La vacanza era salva.

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29 giugno 2010
Come un comò



[in cucina, mattina. Popi sta preparando il caffè, dà le spalle a Pomi, seduto a tavola su una sedia con la paglia, azzurra. Popi ha davanti una tazza di latte dove intinge biscotti alla cannella]

Popi?

Sì Pomi?

[biscotto nel latte] Secondo te sembro un comò?

....Eh? [si gira]

Ho detto: ti paio un comò?

Un comò?

Sì, hai presente, no?

Sì, certo, ho presente, ma... Perché dovresti sembrare un comò?

...   [intinge un biscotto nel latte e lo rigira nella tazza senza alzare gli occhi]

Pomi?

....Insomma, ti sembro un comò sì o no!?

No, non mi sembri un comò, non hai i cassetti, non sei fatto di legno, voglio dire, ogni tanto ti dico che sei una testa di legno, ma è tutto un modo di dire, no? No, non mi sembri un comò, s...

Phew!  [si ficca il biscotto in bocca]

...        [sguardo interrogativo]

...        [imperterrito continua a masticare, molto intento nella lettura degli ingredienti del cacao in polvere sulla relativa confezione]

[il caffè inizia a gorgogliare, Pomi si gira a controllare la moka. Lo versa nella tazzina -bianca, senza manico-, poi si rivolge di nuovo a Pomi, ancora concentrato sul cacao]

Adesso che sei contento di non sembrare un comò, mi vuoi dire perché mi fai questa domanda?

NO

Ma perché??

Perché mi vergogno

Di rispondere? 

No

Perché allora?!

Ma uffa

Dai Pomi, sto perdendo la pazienza

E' che è troppo bello

Cosa?!

Il tramonto

Scusa Pomi, ma sono vecchio e sto perdendo i neuroni per strada... Cosa diavolo c'entra il tramonto con te che dovresti assomigliare ad un comò?

E' che... Uffa. Noi abbiamo un comò, no? Ecco, quel comò. Quello viola con le maniglie azzurre e rosa. Ecco. E' che sono dei giorni -forse qualche settimana, a pensarci bene- che la sera vado a sedermi sul comò per vedere il tramonto. Solo che è troppo bello, no? La luce, la lentezza... Tutto è molto romantico e scorre così dolcemente che me ne sono innamorato. Passo quel momento prima di sera a gustarmi la luce che scende e ad aspettare l'esplosione che sprizza da quell'ultimo raggio di sole che sprofonda dietro il grattacielo. Solo che... Insomma... Mi sono accorto, una sera mentre guardavo la luce e le ombre... Insomma Popi, ormai io e quel comò ormai siamo una cosa sola!

.....Pomi

No, Popi, davvero!

D'accordo, va bene...

Ti dico che è così! L'ombra mia e del comò sono diventate un'ombra sola. Io sono diventato comò, e il comò è diventato me, capisci?

No

Ma come no!

Pomi, non stai sragionando, tu hai completamente perso il cervello...

Ti dico che è così.

... [sorso di caffè, poi apre l'anta della credenza e prende un pacchetto di fette biscottate e un barattolo di Nutella da cinque chili]

e poi c'è anche che.. [in fretta, un po' allarmato dalla vista del barattolo di cioccolata]

Pomi... La Nutella è finita

Ecco, appunto......... [abbassa gli occhi sulla tazza di latte, rigira il cucchiaio]

Appunto?

Appunto... E' che... Insomma... Guardare il tramonto è bello... Solo che per farlo diventare PIU' bello... Ecco, di solito ci mangio sopra i grissini con la ricotta e la Nutella, ecco.... Sai, l'armonia dei sensi...

...

...

....Pomi, alzati

...

Alzati, solleva un po' la maglietta, un po' sopra la vita

[Pomi leggermente riluttante si alza ed esegue]

... 

... 

Pomi, hai le maniglie

Lo so...... [sguardo vergognoso verso il basso]

...

[Pomi alza gli occhi con aria colpevole]

.....Popi, questo non vuol dire che assomiglio al comò, però, vero?


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DIARI
12 aprile 2010
Il Rapido


Il rapido va: slitta, scivola, binari, terra, sassi, case, tutto passa e svanisce, non perde un attimo. Attorno a lui c'è una giornata che si sta svegliando, ma il rapido non si ferma, non si arresta, corre, scappa, fugge. Velocità costante, sfreccia senza posa, corre senza pausa, scappa dalla stazione precedente, poche curve, linee rette, fugge appiattito al suolo per non sentire il vento che gli soffia contro, corre, scappa, fugge. Macchine come topi impazziti, nelle corsie delle strade vicine ai binari ansimano al suo fianco per stargli al passo, ma il rapido corre, scappa, fugge.
Sono le sette di mattina, il convoglio è abbastanza pieno, riempitosi in fretta alla stazione nella pressione delle valigie attraverso le porte, il caos del ritardo, la corsa contro il tempo per saltare dentro e non rimanere a piedi; nella carrozza di seconda classe c'è qualche posto vuoto, prontamente occupato da bagagli a mano degli altri passeggeri.
Qualche altro posto resta libero, nella carrozza di seconda classe. Il treno è partito precisamente alle 6.43, con dieci minuti esatti di ritardo.
Ora corre. Scappa. Fugge.

Lei gioca con l'anello al dito, lentamente. Guarda fuori dal finestrino -vetro graffiato di scritte oscene-, alla sua sinistra, seguendo placida dei residui dei sogni della notte precedente, ormai irrimediabilmente spenti e sgretolati, i loro frammenti volano fuori dal finestrino, risucchiati dall'aria vorticosa. Il cerchio d'argento, liscio, si avvita sulle falangi, scende e risale, ma non si sfila mai.
Lo sguardo di lei si dirige lontano, dove la lentezza dell'interno del rapido è pari a quella dalle montagne appena visibili nella foschia del mattino: macigni immensi che scorrono con la tranquillità della vecchiaia e la saggezza della vita vissuta. Per quanto il rapido scappi, il paesaggio è lo stesso per chilometri e chilometri, lo segue da lontano in uno sberleffo minaccioso. Nel mezzo, tra l'interno del treno e il paesaggio discosto, le cose strisciano via in una frazione di secondo: le case, gli alberi, persone, animali, campi, così piccoli e giovani di fianco alle montagne, loro sfrecciano seguendo il treno, scappano con lui, svaniscono in fretta come vanità umane. Il paesaggio lontano e saldo resiste, accompagnando il viaggiatore per chilometri. La terra rimane, il lontano non si raggiunge mai: si segue per un tempo infinito, ma lontano è, e rimane lontano. Poi a un certo punto -è un attimo- sei là, ed è finalmente vicino, e per poi sparire anche lui, dal finestrino del rapido che corre senza posa.

Pigramente una mano di passeggero passa su una pagina, seguendo le parole svogliatamente. Il libro posato sulle ginocchia pare eterno e destinato a non finire mai.
Un'altra mano, qualche sedile più in là, distratta carezza i capelli e una guancia a un bambino assonnato. Le dita scivolano lente, la pelle è morbida. Due fratelli, vanno a trovare il padre. La mamma non viene.
Una terza mano scivola sul vetro del finestrino, lenta, sciogliendo il vapore che si è formato per il freddo della mattina di Gennaio. Togliendo quella cortina di bianco, si scorge la rapidità delle cose che scivolano, un buco sulla velocità, uno sguardo al mondo là fuori, teso e scattante, mentre dentro tutto è allentato nella lentezza all'interno del rapido.

Il torpore rilassato di un addormentato abbandonato sul sedile, bocca aperta, respiro regolare. Emana lentezza dal sonno del viaggiatore esausto, uno stagno nero in cui sprofonda senza sogni né coscienza.
Fuori il sole -lontano, più lontano delle montagne- inizia a sorgere, ed è sfinente quanto sia millimetrico il suo salire, senza fretta, mentre il treno non si ferma ad ammirarlo e lo nasconde dietro le case che sorpassa, allineate e lontane dai binari, allineate e davanti al sole che sorge, lento. Colore sanguigno.
Dei passeggeri lo guardano, e per chi ha fretta di arrivare è esasperante il tempo che non passa, è logorante per chi legge i secondi dal quadrante dell'orologio, aspettare le ore per finire questo viaggio, ore che non passano, che si trascinano nella lentezza all'interno del rapido.

Una penna annota qualcosa su un'agenda. Inchiostro nero, foglio bianco a righe, indica una data di qualche anno passato. Lo scrittore si guarda attorno, svogliatamente, annota e si riperde a contemplare il paesaggio -il sole è ormai sorto- e i suoi compagni di carrozza.
Il controllore passa, trascinando un po' i piedi per l'intontimento stanco del mattino. La borsa gli sbatte su un fianco, mentre avanza chiedendo i biglietti, lento e stanco nella lentezza all'interno del rapido.

La lentezza del distratto che rinviene, del filo di pensiero che si taglia e ondeggia nel vuoto come un filo di ragnatela, per tornare alla carrozza di seconda classe e cercare il biglietto nella borsa.
La lentezza della pazienza di chi ha trovato un compagno di viaggio chiacchierone, pronto a raccontare in ogni particolare la vita, sua, della famiglia e del paese da cui proviene.
La lentezza dello sfiorire di tutti, secondo dopo secondo, mentre a bordo del rapido fuggono dal passato.
La lentezza di un attimo, in cui tutto si ferma.
La rapidità dello schianto.

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vita familiare
30 marzo 2010
L'orto
 

La frase che dà inizio alla parata è “xe ora che scumisiemo a far qualcossa par quel orto”, tradotto: “è ora di cominciare a far qualcosa per quell'orto”. Questa locuzione rappresenta il preludio all'odissea, l'annuncio dell'epopea, il segnale della sventura che sta per abbattersi sulla nostra casa.

Per rendere meglio l'idea, però, va prima creata un po' di atmosfera.
Come ormai si sa, la mia famiglia e i relativi animali abita a Lanzano, una sperduta comunità di origini agricole, che risulta essere un perfetto esempio di “morte civile” veneta. Va precisato, però, che noi non abitiamo a Lanzano centro.
Noi siamo fuori.
In mezzo ai campi.
Voglio dire, se abitassimo davanti alla chiesa non potremmo tenere oche da guardia; la rumorosa happy family sarebbe presto cacciata; l'inquinamento della cittadella aumenterebbe esponenzialmente nel giro di una settimana, a causa dei continui spostamenti in macchina che mia mamma è costretta a fare.
Dunque abitiamo in campagna. Grande giardino, le suddette oche da guardia, nidi di vespe ovunque e, nei primi tempi, anche un discreto giro di pantegane -vale a dire grossi ratti-, che fu prontamente sterminato dall'armata felina che pattuglia la proprietà.
Oltre a tutto ciò, un grande orto.
È questo il più grande orgoglio di mio papà: il suo amato orto, di cui quando parla gli si illuminano gli occhi, nel quale passa le giornate più afose a seminare tuberi, con il quale tormenta la vita dei tre figli ammonendoli che i peperoni si stanno seccando e così lanciando l'implicito ordine: “vai a dargli da bere”.
Quest'orto, va precisato, è bello. È stato curato, studiato, seminato, arato per anni. Un esercito di giardinieri è intervenuto a restaurarlo più volte, creando deliziosi corridoi con pergole tra le aiuole e le rose e cambiando o rinforzando i pali su i quali si arrampicano le piante di fagioli.
Due spiazzi di terra sono occupati da coltivazioni di fiori selvatici che la mamma -curatrice estetica del complesso- semina in estate. L'uva rende quel posto dolce in autunno, e le fragole ai lati delle aiuole lo colorano in estate, sfumando dai toni del verde al rosso acceso. In inverno si spegne, ma quando è coperto dalla neve pare un giardino segreto, magicamente.

È la primavera, il problema.
La prima giornata di sole, di solito, con una temperatura che supera quei dodici-tredici gradi che a causa del freddo impediscono di uscire in giardino alla parte in letargo di un contadino della domenica. La mattina di tale giorno, mentre i figli sono a scuola, il pater familias parte per un'esplorazione. Armato di tazzina di caffè, dopo colazione gironzola guardando lo stato dell'orto e scuotendo la testa, per poi fare un giro completo del giardino iniziando a macchinare come riprendere il controllo della situazione ortobotanica casalinga. La moglie, preoccupata ed armata anch'essa della sua tazzina di caffè -verde, la tazzina, senza manico a causa di una sfortunata caduta dalla lavastoviglie-, lo guarda dalla porta finestra, preannunciando guai.
È però solo all'ora di pranzo che viene sganciata la bomba: “xe ora che scumissiemo a far qualcossa par quell'orto”.
Sguardi di terrore circolano attorno al tavolo.
Il “far qualcossa par l'orto” non è una frase traducibile con una sola propostizione in italiano: essa è però riportabile attraverso tre diverse locuzioni.

Il primo significato, il più esplicito, con il quale si può spiegare cotanta minaccia è “bisogna cominciare a lavorare in giardino”. Armarsi quindi di forconi, pale, stivali di gomma e vecchi maglioni, per passare qualche ora a smuovere la terra, estirpare le vecchie piante, togliere le erbacce e dissodare il terreno, dacché in questa campagna veneta pare che le pietre mantengano un ritmo di riproduzione vertiginoso e costante. Leggenda narra che siano vere e proprie patate, dimenticate dall'agricoltore e -indispettite da tale dimenticanza- tramutatesi in sassi per rompere le lame dell'aratro, obbligando così lo sfortunato contadino ad arare i campi a mano. La questione si risolve dunque lavorando in giardino, le mani nel fango e la terra sotto le unghie, il tutto in religioso silenzio, salvo eccezionali insulti ai sassi che impediscono l'attività.
Comunque sia, quest'anno l'attività di estirpazione ha raggiunto livelli da record: mai, infatti, si era visto papà estirpare alberi di melanzane.
Alberi, dico sul serio.
Le innocenti piantine, non essendo state estirpate alla fine della stagione, avevano continuato la miracolosa crescita, probabilmente anche assorbendo tutto il nutrimento presente sul terreno che sarebbe stato destinato a far crescere giovani virgulti per il prossimo decennio.

Il secondo significato è la semina.
Può sembrare un'innocente attività orticola, ma non è così. Alla semina è precedente un'attenta pianificazione: dove porre le piante? I criteri per la sistemazione (anche se “sistemazione” poi non è assolutamente il termine adatto: consociazione o rotazione delle piantine sarebbe più confacente) sono vari: influiscono aspetto estetico (il giallo dei peperoni si intona al viola delle melanzane?), strategico (quanto pesa una cesta di pomodori rispetto a del radicchio? Il radicchio viene quindi piantato nell'aiuola meno lontana dalla porta di casa), temporale, culturale (il contadino veneto è dotto di proverbi agricoli quali “a San Valentin se verse l'ortzin”, “se te voi un bon bisaro, semena in febraro”, “Marzo ventisá, april temperá, contadin fortuná”, i quali vengono ripetuti a ruota nei periodi di semina). Influisce poi ovviamente il lato biologico e scientifico, e infine quello bellico: la guerra contro i parassiti non è mai finita.
Alla semina segue la fertilizzazione, e qui preferirei stendere un velo pietoso.

Ultima ma non meno importante delle tre frasi incluse nel verbo contadino è “rassettato l'orto come si deve, adesso bisogna mantenerlo in questo stato”.
Questo non è facile.
Non solo le piante varie crescono e -secondo me- si spostano durante la notte autonomamente. Ma i sassi prolificano, le erbacce invadono, le aiuole cedono. Bisogna quindi quotidianamente passare a rassettare, strappare, tagliare, e ovviamente raccogliere prima che i frutti del duro lavoro vengano mangiati, crescano smisuratamente fino a raggiungere i cinque chili di peso e diventare immangiabili, o cadano miseramente riempendosi di buchi di insetti e marciume.
Va inoltre fatta la guardia perché le oche non decidano che lo spuntino pomeridiano consiste in radicchio fresco.
Questo era successo l'anno scorso, quando ancora non conoscevamo bene i nostri pennuti. Il radicchio era stato amorosamente cresciuto, papà l'aveva coltivato fin dai semi. Piccoli e teneri virgulti mettevano radici e sviluppavano gli embrioni di foglia.
Erano stati piantati, rovinando vertebre e spine dorsali, coperti da teli e protetti come cuccioli indifesi. Terrorizzati dallo stomaco omicida dei nostri pennuti da guardia, tenevamo sotto costante controllo l'orto, preoccupati che da un momento all'altro il lungo lavoro di papà potesse sparire nel becco delle due oche.
Vedendo che la coppia passeggiava nell'orto senza mostrare interesse per i piccoli radicchietti, ci rilassammo. Ormai i radicchietti erano diventati radicchioni, prosperosi cespi di foglie rigogliose, pensavamo troppo grandi per indurre i palmati in tentazione. Scemi noi.
Un pomeriggio, papà passeggiava. Volse lo sguardo all'aiuola dei protetti, e vi trovò il nulla. Tabula rasa. Piazza pulita. Solo due grossi pennuti bianchi accovacciati, che senza riuscire ad alzarsi per lo stomaco pieno, lo guardavano soddisfatti: avevano aspettato che il raccolto diventasse abbondante, per poi dedicarsi a una soddisfacente abbuffata notturna.
E li chiamiamo stupidi...

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permalink | inviato da Zaque* il 30/3/2010 alle 18:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
3 gennaio 2010
Sempre Esercizi di Stile



Ben cari, Irma, te savesi cosa che me ga tocà vedar che altro dì sul bus!
Iera mesodì, e tornando dal marcà impinia de sporte fin sora i cavei, so' montada su na coriera de a linea 44. Te sè el casoto che ghe xe a quell'ora, tuto un spentonarse, e dirse su, e scuseme che go da smontar, e spostate che go da montar, e asame el posto, e fora dae bae che go da sentarme -eh, Irma, bisogna adatarse a come che i parla, o no i te 'scolta mia, sti tosi de 'ncò! Tuto un bevar, drogarse, dir paroease.... No ghe xe pì a gioventù de na volta!-, insoma, un casoto che no sto a contarte.
E tra na cosa e che altro, tra tuto sto maceo ghe iera un bocia che'l parea un dindio*, strafantà co na bareta che no te digo, tuta incordonada, ma bruta!, che co sta moda de 'ncò mi veramente no capiso pì niente, e insoma ghe iera sto bocia che'l iera drio dirghe su a un toso pì grando de iù.
Ma setu cosa che ghe iera che ghe dava fastidio al bocia-dindio? Che chealtro ghe pestava i pie tute e volte che qualchedun entrava ne a coriera! 
Te vedesi che mestieri! E po' , quando che ga visto che chealtro toso iera pì grando de iù, el voeatie el xe scampà suito e el se ga butà sora un sedie vodo invese che asarmeo. 
Ma neanca dirlo, o go impinio de pache in testa co a sporta de e verdure! Ghe go sfondà a testa co na verza!
E ben, Irma, ghe voe un poco de queo che se dise, un poca de creansa! El xe scampà via de corsa!
Sacramento, Irma, ga da essarghe un poco de rispeto par noialtre vece! El me poro Bepi -pace all'anima sua- nol gavaria esità a asar el posto a una pora vecia. Lù sì chel iera un brav'omo.
Ma insoma, dopo sto spetacoeo son 'ndada casa, e dopo 'verme sorà nascianta, quando che son 'ndada fora da novo par 'ndar da Lalo in casa de riposo, go catà da novo el ceo, sempre co quel capeo che me fasea pecà soeo che vardarlo, e stavolta el iera co un tosato de a so età, drio sbarufarse e questionar su un boton del paltò del toso-dindio. 
Ben cari, Irma, no ghe xe pì e mese stajon! Col paltò de lana in aprie! Ma che rasa de storie...


*******
*dindio = tacchino


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permalink | inviato da Zaque* il 3/1/2010 alle 17:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
vita familiare
3 gennaio 2010
E di nuovo, tutti a tavola.


Da che memoria mi permette di ricordare, durante le vacanze di Natale casa mia è sempre stata popolata da numero variabile di amici. Quest'anno, ovviamente, non fa eccezione.

Generalmente l'onda arriva pochi giorni dopo il luculliano banchetto natalizio, senza minimamente dare il tempo necessario per lo smaltimento degli avanzi del suddetto pasto e della sabongia di calorie assunte nello stesso giorno a suon di lessi e pasticci.
Dopo tre lustri passati con quattro ospiti a vacanza, per giunta per non più di cinque giorni, quest'anno gli astri vollero che non solo gli amici storici venissero, puntuali, la sera del primo Gennaio, ma che dal trenta Dicembre pomeriggio fosse già qui presente un'altra famiglia oltre alla mia. Più un' amica.
Totale delle persone prima di Gennaio: dieci.
La casa, solitamente, ne contiene a mala pena cinque, che si spartiscono malamente gli spazi invadendo l'uno il casino dell'altro.
Ora siamo in tredici, perché l'amica della prima famiglia è partita, ma ieri sera si toccò il picco mai raggiunto di quattordici convittori in un colpo solo, tutti accampati in qualche modo in giro per l'alloggio. Accampati, vorrei sottolineare, perché i posti letto ufficiali sono sette.
In via del tutto eccezionale si sono duplicati, straordinario avvenimento il cui merito va riconosciuto a due letti pieghevoli, un lettino da bebè, un divano letto mai usato e due materassi reperiti in qualche modo onde far scartare alla padrona di casa l'idea di mandare qualche membro della famiglia albergatrice a dormire in macchina con coperta e cuscino. Probabilmente per la paura di essere noi gli sfortunati, tra me e relativi fratelli si scatenò una caccia al materasso spietata, nella quale fu anche carezzata l'idea di spennare le oche e le galline abitanti in giardino per poterne costruire uno nuovo.
Comunque sia, in qualche modo i giacigli furono arrangiati senza spargimenti di penne, ed ora, dopo aver sistemato ciascuno di noi in una camera dotata di letto e coperte, le giornate passano più o meno nel seguente modo.

Innanzitutto, è stata ormai ufficializzata la mattina breve, nel senso che l'ora della levata dalle brande oscilla tra le dieci e mezza e mezzogiorno e mezzo. Ovviamente la colazione non viene saltata, e dunque il tavolo resta occupato ed imbandito finché l'ultimo degli abitanti non ha saziato i suoi mattinieri appetiti.Attenzione però all'imbandimento del desco, particolare che ben definisce e rende la calorica idea che in questa casa accompagna da sempre le vacanze in compagnia.
Nell'attuale epoca, in cui mentre metà della popolazione mondiale muore di fame, l'altra metà sta a dieta, ci si potrebbe aspettare una colazioncina leggera: caffettino, biscottino, e magari una fettina di pane con una marmellatina senza zucchero.
Da noi, panettone.
Non solo: lo accompagna l'inseparabile variante del pandoro, il tutto ben scortato da sifoni di crema di mascarpone -l'onnipresente e caratteristica bomba calorica che distingue il periodo natalizio da quello pasquale-, cappuccini e un numero non ben approssimato di moke da cinque di caffè, qualche panino avanzato dalla cena, marmellate e cornflakes, quindi fiumi di latte fresco e pannoso, cartoni di latte di riso al cioccolato e alla mandorla, e in certi giorni anche alla vaniglia.
La tavola, una volta che tutti si son soddisfatti, viene sparecchiata e imbandita per il pranzo, che si svolge tra le tre e le quattro e mezza. Con questo, è possibile notare quanto essenziale sia la presenza costante di cibo e di personale culinario che assista gli affamati.
Non essendo questa casa dotata di maggiordomi e cuochi , il ruolo è adempito dalle mamme, che tra una mescolata di crema di mascarpone e una moka di caffè passano la giornata tra i fornelli, cucinando armate di Bimby, lavando interminabili pile di piatti e mucchi di stoviglie e poi rassettando. Splendido esempio della cosiddetta emancipazione femminile.

Mentre le signore spignattano, il resto della mandria si spartisce i ruoli di fondamentale importanza nel consumo dell'energia accumulata durante gli abbondanti pasti, quali: utilizzo ossessivo-compulsivo di videogioco Wii, costante strimpellamento senza convinzione da parte dei musicisti presenti, controllo orario di Facebook per i giovini e baldi non occupati in babysitteraggi o partite virtualmente calcistiche, discussione intellettualmente rilassata, ampi e ciondolanti giretti in giardino per respirare un po' d'aria buona e, aiutati dal freddo, bruciare qualche caloria.

A pranzo, si pone il problema dei letti traslato sul tavolo, anch'esso solitamente spartito alla meno peggio tra cinque persone e ora posto davanti a ben quattordici commensali affamati. Alla prima cena in quattordici fu chiaro che non solo non sarebbero stati sufficienti i posti, ma lo spazio per le vivande una volta disposti i piatti sarebbe stato inesistente.
La difficoltà fu immediatamente risolta con una basale divisione in turni dei pasti: i bambini al primo giro, gli adulti al secondo. Le mamme in cucina in ogni caso.Si noti però l'ingiusta conclusione: a differenza del primo turno, infatti, terminato in fretta e furia per sparecchiare e preparare il posto e il pasto ai grandi, il secondo turno si trascina con ampio strascico, protraendosi a volte fino alle quattro e mezza, addirittura cinque. Concludendosi tra l'altro caloricamente con fette di dolci avanzati dalla colazione e dalla festa dell'ultimo dell'anno, tra cui spiccano i famosi struffoli (trattasi di ammasso di pallette di pasta fritte, legate da miele e arricchite nell'ammasso da zuccherini e canditi. Presentano la dietetica caratteristica di non permettere a chi si azzarda a mangiare una singola pallina di poi fermarsi prima di essersi cementati i denti a suon di palle di pasta e miele. Una volta fatto ciò, infatti, rendono impossibile l'apertura mascellare, chiudendo così la bocca a stimoli famelici e raptus da pasto. Purtroppo la quantità di pallette da ingerire prima di cementare la cavità orale è sufficientemente grande da sfamare un'orda di barbari affamati, dunque la proprietà dietetica del dolce è poco sfruttabile) e i pandori e panettoni della colazione. Immancabile la presenza di almeno una terrina di irrinunciabile e tentatrice crema di mascarpone.

Verso le cinque, la cucina è lasciata alle mamme in chiacchera libera mentre riordinano.Qui vengono toccati argomenti a cui nessun'altro presente in casa ha accesso: sono discussioni misteriose, continue e apparentemente anche appassionanti, in quanto possono durare costantemente durante l'occupazione della cucina.
Capitolo con significativa importanza in tali discussioni è quello riguardante cosa preparare per la cena già incombente. Dopo aver controllato il frigorifero stipato di avanzi che ancora risalgono al pranzo di Natale e aver deciso che non c'è niente di già pronto per il pasto serale, le signore escono a bordo della prima macchina disincastrabile dal puzzle di automobili presente nel cortile, alla volta del supermercato, dal quale ritornano vittoriosamente trascinando borse della spesa straripanti dopo una quantità di tempo variabile, in generale definita dalla quantità di botteghe con vetrine in saldo incontrate nella via.
Il tempo di incastrare le spese nella dispensa e decidere cosa preparare occupa tutto lo spazio disponibile: è quindi già ora di accendere i fornelli.

Nel frattempo il bimbo treenne messo a dormire alle quattro si è risvegliato, e richiede giochi alla nuova tata, sollevata dal ruolo di figlia da perentoria affermazione al padre della suddetta: “non è tua figlia, lei è la mia tata”.
La casa viene rivoltata come un calzino alla ricerca di pedine mancanti a giochi da tavolo evidentemente estremamente attraenti per il piccolo, le scatole di animali sono rovesciate ed esplorate in profondità, i lego costruiscono grattacieli a dimensioni reali che vengono poi abbattuti a martellate, scagliate con attrezzi di forma non ben ben definita ma di origine certa, quale la grande cassa in cui vanno nascoste tutte quelle cose che non trovano ordinato posto altrove.
Conclusa l'odissea nella stanza dei giochi, viene invasa la camera da letto più accessibile e meno pi ena di letti da campeggio, tramutando il talamo in nave pirata immaginaria e, lanciati peluches d'ogni forma per tutta la stanza, tuffandosi in mirabolanti salvataggi in mare aperto, combattendo squali feroci e meduse assassine.
Salvati i pelosi giocattoli viene fatta un'ampia selezione di videocassette e dvd da guardare dopo cena. La media di video scelti è di quattro a sera.
Poi viene il momento -breve- del disegno, della musica e dell'avventura in giardino, dove a bordo di un catorcio che un tempo era una ruspa a pedali arancione fiammante, si vanno a trovare i palmati volatili accampati in fondo al campo, si rincorrono gatti dalla coda storta e si cercano uova inesistenti di galline dallo strano ciuffo.

Ed è subito sera, e tutti sono nuovamente riuniti al grande tavolo debordante pietanze.
Stabiliti e litigati i turni, si allungano le mani sui piatti e in un attimo i bambini hanno finito il pasto e sono tornati con energia rinnovata e pancia piena ai giochi lasciati sospesi, pronti a terminare l'ennesima partita di Wii e ad addormentarsi davanti ad un video in divano.I grandi si siedono, e mangiando si abbandonano a considerazioni, pensieri e propositi.
Primo tra tutti: da domani, dieta!, ribadito da abbondante mestolata di crema di mascarpone di mezzanotte schiantata sul piatto, assaggiando ancora però gli struffoli alla cui presenza oramai tutti sono rassegnati, e condendoli con una certa crema al cioccolato che proprio non si poteva non assaggiare.
È infine l'una quando tutti si lasciano, andando a rintanarsi nei propri rifugi notturni.
Strillando, ridendo, sbadigliando, tutti si avviano.
E le mamme pensano già a cosa mettere a tavola domani, per colazione.

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permalink | inviato da Zaque* il 3/1/2010 alle 12:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 dicembre 2009
Possiamo Preoccuparci


Tacchi e zeppe per sembrare più alto.
Capelli finti per mascherare le calvizie.
Cipria a colorargli il volto.
Assolutista.
Era Luigi XIV.

Ora, capisco imparare dalla storia, ma mi pare che qualcuno si sia fatto prendere un po’ la mano.

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29 novembre 2009
Maturità Immatura


Trovava immaturi i suoi coetanei: gli adolescenti. Era una cosa che le capitava da sempre, anni e anni di giovinezza a osservare gli amici e trovarli irrimediabilmente infantili, comparandoli continuamente con i suoi miti di perfezioni e esempi di comportamento: gli adulti. I genitori, gli amici, i nonni, vari membri della famiglia, scrittori, giornalisti, professori, personaggi che vedeva per strada, nei film, che leggeva nei libri, persone con cui parlava alla fermata del bus, genitori degli amici. Gli adulti, insomma. Modelli senza difetti che si era prefissata e che voleva raggiungere.
Cercava di imitarli in quella loro maturità, ma nonostante il tempo passasse, gli anni si sommassero e lentamente la maggiore età sopraggiungesse, ogniqualvolta si trovava a confrontarsi con un intimidatorio e puntualmente impeccabile essere adulto si sentiva la bambina della situazione: troppo impreparata alla vita e poco saggia. Non capiva di crescere e che, in fondo, maturava veramente anche lei.
Allo stesso tempo continuava a sbirciare ai comportamenti dei coetanei, trovandoli come sempre infantili. Poi si voltava dall’altra parte, sospirando dietro ai suoi sogni.

Un giorno, a venticinque anni, si accorse di essere cresciuta. Di essere un’adulta anche lei, voglio dire.
Era un’affollata mattina primaverile, in autobus, quando guardò agli uomini e alle donne che la circondavano. Era già qualche tempo che ogni volta che aveva qualche contatto con questi nuovi adulti aveva un senso di fastidio, un qualcosa di noto ma che non ricordava, qualcosa che la faceva sentire fuori posto e –vergognosamente- altezzosamente superiore. Le pareva di averla già provata, quella sensazione, ma non riusciva a capire quando e perché.
Osservò a lungo e cercò di ricordare, insomma, sbirciando di sottecchi, anche apertamente, e dopo un po’ capì.
Prese un respiro, alzò lo sguardo, e si accorse che come era stata abituata a fare con tutti i suoi coetanei in qualsiasi momento della sua vita, guardava agli adulti e li trovava estremamente infantili.

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22 novembre 2009
Chaos




Sì mamma torno tra/ hai preparato il pranzo?/sì, sono sull’autobus adesso, ma c’è un casino/  scusi/attento!/il mio piede!/ ehi!/ giovanotto, mi lascerebbe/ si scende/ veloce, dobbiamo scendere a questa/ ma guarda che razza di cappello/ un collo lunghissimo/ sale!!/ ehi!

Il caos.

Sull’autobus –linea S- regna il caos: ora di punta, borse della spesa, studenti, valigette, fogli e appunti, biglietti scivolano dalle tasche, dalle mani, è anche caldo, gente sudaticcia, persone fradice, puzza, profumo del tramezzino che una ragazza sta mangiando –una borsa sportiva ai suoi piedi, con una mano appesa alla maniglia, tuta, pare stia tornando dalla palestra-.

Un vecchietto seduto, giornale in mano, si guarda attorno, un po’ seccato da tutta questa confusione.

Un ragazzo balza sull’autobus, di fretta.

Si insinua tra le persone, alla ricerca –vana- di un posto a sedere. Schiva una sporta colma di verdure, si acciacca il fianco sinistro sbattendo su uno zaino imbottito di libri, vaga faticosamente per il bus –linea S, ora di punta- realizzando che il posto non c’è. Ma ancora una speranza, solo una speranza ancora: quel vecchietto, là, pare si stia preparando a scendere-.

Si precipita, spintonando, una mano a reggere il cappello –strano, il cappello: un lungo nastro che pare un cordone a decorarlo, colore insolito, materiale particolare, appollaiato in cima a una testa che pare vacilli dall’alto di un collo di lunghezza infinita-, l’altra allungata già verso il posto, pronto a balzarci sopra, sedersi, ah, riposo.

Si arresta, si gira, scocciato

scusi sa

 

all’uomo alla sua destra, cappotto formale, valigetta seria, cappello banalmente ordinato in cima a una testa pettinata e ben salda sull’estremità di un collo taurino.

 

cosa vuole

 lei mi ha urtato

prego?

lei-mi-ha-urtato, volontariamente, oserei aggiungere, e mi ha colpito a un fianco

lei si sbaglia

no, l’ho vista: mi ha visto arrivare, ha fatto un passo indietro con

finta aria distratta,

e appena sono passato mi ha infilato un gomito tra le costole!

Guardi, signore, forse lei si confonde

No, caro mio! Mi hai appena cacciato un tuo stramaledetto

gomito tra le costole.

Ascolta, amico, dammi un motivo per cui dovrei piazzarmi su un autobus

A fare attentati alle costole di ragazzini che sgomitano per cercare un posto, e

 No, ascolta tu “amico”: mi hai urtato, mi hai fatto male Abbia

perlomeno la buona grazia di chiedere scusa!

Ma neanche per sogno!

Lei è un cafone,

mi chieda scusa immediatamente!

Senti: tu adesso taci, chiudi la bocca, la pianti di strepitare, d’accordo?

O io prendo il tuo collo spaventosamente lungo e lo annodo per bene a quel

Lampione laggiù, intesi?

 

Il bus frena. Il vecchietto si alza lentamente, il suo giornale sottobraccio, cappello in testa –senza cordoni- giacca in tweed e pesante montatura di occhiali.

Il caos nel bus si ferma. Nessuno si muove o parla. Silenzio.

Ha un’aria pacifica punzecchiata da uno spruzzo di divertimento nascosto nella saggezza degli occhi. Guardava lo scambio di opinioni dei due, spassandosela un mondo. Forse più che la discussione lo faceva ridere il ragazzo –uno strano ibrido di giraffa e uomo con un cappello strambo appollaiato in testa-.

Il mondo è ghiacciato. Immobilità.

Silenzio, più silenzio che prima. Il tempo si è fermato. Il vecchio sorride.

Si fa spazio tra la gente, con la calma pacifica abituale. Ora scenderà, appoggiandosi alla porta del bus. Si guarderà intorno –l’autobus parte, e a bordo tutti si risvegliano, un secondo e niente è successo, il bus non si è mai fermato, il caos, la confusione, alta voce, tutte le voci parlano di una voce sola, tutti i rumori rumoreggiano, urla, le telefonate, i cellulari che trillano, il caos- e andrà in cerca di una panchina al parco –cerca solo la tranquillità-. Non dovesse trovarne, si sposterà verso casa –giusto attraversare l’incrocio, girare a sinistra e dopo cento metri è là- e starà in salotto, nel suo divano, o forse in terrazzo –quarto piano senza ascensore, ma ormai l’abitudine ha superato la vecchiaia, le articolazioni consumate non temono le scale, un terrazzino modesto ma grazioso, annaffiatoio verde di fianco alla porta, un cinque vasi con piantine e fiori a decorare gli angoli, poltrona in vimini da casa delle vacanze /cuscino bianco/ regna nel mezzo del balcone-.

Scende, libera il posto.

Appena scongelato dal momento, il giovane abbandona la discussione senza aggiungere un’altra parola e si lancia a sedere, abbandonando l’uomo che gli diceva –che gli urlava, a dirla tutta, ma fa niente –, dimenticando la discussione, e dopo un momento è seduto, finalmente, seduto e salvo dall’energumeno che minacciava di torcergli il collo.

Appoggia la testa al finestrino e infila le cuffie dell’ipod. Stanchezza.

 

Sono passate due ore. Il vecchietto torna dal parco, cammina verso casa, ancora la solita calma ad avvolgerlo, ad accompagnarlo un paio d’ore passate al parco. Il giornale è ripiegato sotto il braccio, stropicciato per l’impeto con cui il suo lettore girava le pagine, stizzito e imbufalito da politici e un mondo che non gira come dice lui.

Attraversa la strada e scorge di striscio il giovane –un ragazzino, praticamente-, sempre il collo lungo, sempre il cappello barcollante. È con un amico, particolare anche lui, un foulard di seta di al collo –decorazioni psichedeliche-, giacca fucsia e pantaloni verde bottiglia che vanno a nascondere il gambale di stivali lucidi da cavallerizzo. Testa nuda. Collo normale.

Ma sì, devi allacciarlo meglio, guarda un po’ che disastro…

Ma dove?

Ma guarda!

Ma cosa?

Ma il bottone, sciocco!

Ma perché?

E’ storto, amico! Devi raddrizzarlo, guarda,

così – ah, caro mio. Tu e la moda non avete proprio niente a che fare.



**********

Questo post è nato per un compito di francese assegnato a scuola. La mia classe partecipa a un concorso organizzato dall'Alliance Française Italie in cui si deve scrivere un testo come "prolongement [degli "Esercizi di Stile ] à la manière de Raymond Queneau". Il mio esercizio è questo -sarebbe un "chaos"-, poi l'ho dovuto tradurre in francese, ma la prima a non capirci niente leggendolo tradotto sono io, quindi non lo posto.

Ecco, la nota era solo per dire che non l'ho copiato da qualcuno se non da me stessa, dato che c'è di mezzo il concorso eccetera eccetera.

In ogni caso, questa mi pare una competizione interessante, qui il sito dell'Alliance Francaise http://www.alliancefr.it 

e da qualche parte parlano anche del concorso.



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10 novembre 2009
Castagne e una Chitarra


Sera ottobrina, fa abbastanza freddo.

Nel salotto il camino scoppietta –tre ciocchi di legna ammucchiate, lingue che passano tra i vuoti, fumo leggero che scappa-, e seduto sghembo su una seggiolina dipinta c’è lui.

Da come è accomodato, con le gambe snodate come un burattino abbandonato -piedi girati-, come fosse di spugna morbida senz’anima di ferro, un gatto sinuoso, nero, quasi sciolto, dalla sua posizione rilassata immagini un’altezza media che sta sbocciando, sviluppandosi, un’edera infestante che si arrampica contro muri invisibili, dirtta su due gambe,

gambe lunghe, pantaloni scuri, calzini compagni, di spugna, morbidi e stanchi.

Abbraccia una chitarra, troppo piccola anche lei. Si appoggia a dimensioni da bambino, quando vedi che in realtà il ragazzo quei panni li ha ormai abbandonati, rivestendo un nuovo ruolo da adolescente sghembo, dinoccolato e sportivo, slanciato e ondeggiante tra umori festosi o neri come il carbone che brucia nel camino, davanti a lui, neri i vestiti che indossa, scuri e come i suoi capelli, arruffati con attenzione e precisione al ciuffo, anzi, al capello, ordinatamente disordinati.

La chitarra, piccola e classica di studi bambini, la chitarra la pizzica dolcemente, ritmo di un nuovo blues fresco di lezione Ta, ta ta, ta ta, tatatatata tà, ta ta e avanti, continuo, ripetuto, duraturo, modificato, cambiato, velocizzato e poi tornato normale. Segue le scintille del fuoco, lui le guarda assente, dietro quelle lenti degli occhiali –montatura squadrata, nera, intellettuale- /ta, tata, tata, tatatatata tà, tata tata, tatatata tà/ sguardo ombroso e non assonnato, solo leggermente assente, segue i suoi pensieri attentamente, paura di perderne un pezzo e che finisca a bruciare tra quelle fiamme delicate nel camino, fiamme che inghiottono e distruggono dietro quell’aspetto invitante e danzante.

Pizzica le corde, e continua con il suo ritmo blues.

Tà tataà tatà tatatata tà.

Ogni tanto si ferma, a intervalli sghembi quanto la sua crescita, irregolari come il suo umore, e scolla le dita dalle corde, tiene stretta la chitarra ingabbiata sotto le braccia, e allunga una mano alla padella di castagne che cuoce nel camino, buttandone due sul pavimento per non scottarsi le dita –paura di non poter suonare ancora per quella serata, così tranquilla, così calda e rilassata davanti al camino, un piede appoggiato alla cesta della legna sotto al caminetto, l’altro lontano, attaccato alla fine della gamba allungata-. Riprende un giro di accordi, due note e poi prende le castagne, butta le bucce nel fuoco, le sgranocchia guardandole bruciare, scottandosi la lingua e brorbottandole malignamente contro. Riprende il ritmo.

Tà tataà tatà tatatata tà.


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CULTURA
30 ottobre 2009
Ora di Fisica


Ora di fisica.
Dalle finestre occhieggia il sole, nell'aula il termo va a mille, la classe esplode di caldo. Sembra di essere a giugno o a maggio, quando il prof spiega e nessuno ascolta -le verifiche sono finite, mi metto pure ad ascoltare spiegazioni in più?-, quando esci di scuola e vai in giro con gli amici, quando vai in giardino a prendere il sole con il libro di latino sulle ginocchia, ma poi lo chiudi altrimenti non abbronzi bene le gambe.
Ma è febbraio, è febbraio e mancano ancora quattro mesi -diciamo tre e mezzo-, mancano ancora tre mesi e mezzo di interrogazioni, verifiche, spiegazioni, compiti e pomeriggi di studio intensivo. Mattine di coma in classe comprese.
E' febbraio, insomma, ma la voglia di ascoltare un'ora di moti furibondi e incomprensibili manca quasi anche alla professoressa -sguardo depresso e un po' assente mentre interroga una ragazza alla lavagna, interrompendola raramente con voce monotòna e monòtona-.
-Parlami dell'accelerazione..

"L'accelerazione è il rapporto tra la variazione di velocità e la variazione del tempo, e..."

Lei sta in prima fila, angolo di estrema sinistra, di fianco alla porta, annoiata.
Viso sulla mano, mano sul braccio, braccio sul gomito, gomito sul tavolo. Noia.
Scarabocchia qualche appunto, sfoglia il libro, disegna qualche fiorellino, poi da' di gomito al compagno di banco.
-A che pensi?
Lui si sveglia dal coma, toglie lo sguardo dal muro, si gira.
-Come a che penso? -tono impastato da chi si è appena svegliato-
-A cosa stai pensando!
-A niente!
-Come a niente?
-Niente. Tu a che pensi?
-All'anno scorso, quando a maggio non facevamo niente, ai compiti che devo fare, a quello che mangerò a pranzo, a dove ho messo il libro di chimica.

"..allora sommo i vettori e ottengo la velocità vettoriale del punto P..."

-Come fai a pensare a tutte queste cose?
-Mi pare normale... Cosa fai se non ascolti?
-Niente!
-Come niente?!?
-Nienteee!
-Vuoi dire che fissi il vuoto?
-Sì, fisso il vuoto e non faccio nient'altro. Hai presente lo schermo della tv quando ci sono interferenze?
-mhm
-Ecco, a volte noi maschi non pensiamo: abbiamo una specie di schermo in interferenza perpetuo: bzzzzzzz e basta. Poi ogni tanto c'è un flash e riecheggia una specie di richiamo: "cibo"... "donna"... "dormire"..., e ricomincia il brusio. Semplice e senza problemi.

"...Nel moto circolare uniforme la velocità angolare è legata alla velocità lineare..."

-Nient'altro?
-Nient'altro.
-Circolare e uniforme?
-Circolare e uniforme. Voi invece, voi donne!, a che pensate?
-Iniziamo a pensare a qualcosa di completamente diverso da quello che stiamo facendo. Poi da quello ci colleghiamo in qualche modo al moroso -non chiedermi come facciamo, ma riusciamo a pensarci comunque, anche se l'abbiamo appena lasciato-. Poi dal moroso passiamo a pensare ai problemi che abbiamo con il moroso, poi dai problemi nostri passiamo a pensare a quelli dell'amica, che essendo femmina anche lei pensa allo stesso modo complicato nostro, e anche lei pensa ai suoi problemi, a quelli dell'amica, e a quelli di un'altra amica, e pensiamo tutte assieme a come risolverli. Poi mandiamo tutto in malora, ma a volte non ci si dorme la notte con problemi come "non mi ha salutata subito, perchè?", e allora.. Ma cosa ridi?!
-Non ci dormite la notte? Ma stai scherzando?
-Era un eufemismo... Ma ci facciamo un sacco di nodi mentali, sì, perchè?
-Se una non mi saluta vuol dire che non mi ha visto, che altro potrebbe avere?
-... Dicevo, dalla risoluzione dei problemi passi a pensare a cosa devi fare nel pomeriggio, poi a come ti devi organizzare, a quanto studiare, a come studiare, a quando uscire con il moroso, perchè è importante anche quello, e a quel punto iniziamo a farci i film su quello che potrebbe succedere, su quello che potrebbe dire, su quello che potrebbe fare...
-Pensate tutte queste cose assieme?
-Certo!

"...Mentre il moto vario si ha quando il punto materiale in movimento subisce accelerazioni e decelerazioni nel corso della sua traiettoria..."

-Tutte mentre guardate il muro?
-Beh, sì. Ti serve un disegno?
Scarabocchia una specie di pista da rally di freccette e concetti, nomi e frasi, un discorso lunghissimo di pensieri intricati e ingarbugliati. Lui guarda. Prende la matita e disegna un grafico circolare a tre concetti.
-Vedi? Semplice e chiaro, non ti fai troppi problemi, tanto torna tutto.
-…
-e non fare quella faccia!
-ma siete una cosa patetica!
-ma
“ragazzi, siete d’accordo con la vostra compagna? Sì. Voi due, là. Siete d’accordo?”

Lei guarda la lavagna, vede due grafici: moto circolare uniforme e moto vario.
Sotto, un casino pazzesco di formule per cercare invano di risolvere il problema del moto vario, e a fianco due formule in croce per risolvere e concludere quello del moto circolare uniforme.

Abbassa lo sguardo e vede lo schizzo del compagno, che ride silenziosamente accasciato sul banco.
“perfettamente d’accordo, prof”

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sentimenti
28 ottobre 2009
Dopo quasi quattro mesi


Dopo quasi quattro mesi riparto.
Metto in valigia un piercing fatto con gli amici, una tintura per capelli che ha colorato più piastrelle che altro, vestiti nuovi, jeans strappati e un paio di infradito fucsia. Hanno attraversato un recinto di cavalli per fotografare un Cacatua da vicino, quelle ciabatte.
Sopra metto dei libri per bambini, libri di commedie, libri per amici; poi dvd comprati senza sapere che a casa il lettore non riuscirà a leggerli, un quaderno di scuola riempito da ore di spiegazioni e scarabocchi, liste, programmi e inutili tentativi di riordinare la testa.
Nel computer restano delle mail di supporto, mail di compiti, mail di incoraggiamento. E poi lettere –tante- ricevute in buste aeree leggere -rosse e verdi-, l’indirizzo scritto a mano in una calligrafia fin troppo conosciuta. Qualche cartolina che deve ancora partire, un francobollo inutilizzato, dei souvenir non comprati e un calendario fatto a mano per cancellare i giorni.
Aggiungo un paio di orecchie da koala, un cacatua di peluche, un pastasauro, una canzone dei Beatles e plastica da imballaggio con le bolle scoppiate.
Chiudo in valigia tante serate da sola in divano, arrabbiata e triste, computer sulle ginocchia a cercare contatti con casa, una porta chiusa tra me e lei, mattine con sveglie all’alba, studi di matematica e fisica o chat d’oltreoceano facendo colazione, cene in divano e attese alla fermata dell’autobus appoggiata a una colonna -gambe stanche-.
Porto con me un party alcolico e uno no, passeggiate con le cuffie, qualche concerto, una giornata alle giostre e degli autobus persi in città. Qualche ora di studio di pianoforte per dispetto e tante di viola per dimenticare tutto.
Ci metto qualche ora di scuola triste, una fuga a casa per nostalgia, tre giorni di febbre senza compagnia. A contrastarle, tante ore di matematica ridendo, alcune di Drama gridando, dei pranzi nell’Art Room, un piano malefico basato su manici di scopa, un’esperienza da regista e un’orchestra disastrosa.
Trovo posto anche per una stella che mi teneva compagnia, per una luna sempre splendente che certe notti mi inondava la stanza, per un cielo troppo grande e sempre azzurro e per un sole che lo riempiva tutto.
Porto imprese in cucina senza sapere come accendere i fornelli, latte di soia, delle ciambelle ancora calde divise andando a scuola, vaschette di gelato notturno e una torta di compleanno con diciassette candeline.
Oltre a questo, qualche indirizzo email, delle foto rubate e amici nuovi, anche su Facebook. Nessun fidanzato. Chiudo dentro anche un abbraccio mancato, alcuni sentiti e stretti, e degli addii troppo frettolosi per colpa di un autobus da prendere.
Nel bagaglio a mano metto un piano architettato lungamente che forse andrà a buon fine e forse no.Lascio indietro la nostalgia che ti annebbia la testa e ti benda gli occhi, delle aspettative infrante, una lezione di viola mai svolta, dei viaggi non fatti, una chiavetta per internet e delle scarpe per correre usate una volta sola.
Dimentico per caso i propositi di dieta, lo stomaco annodato, la voglia di vomitare per svuotarmi di ogni cosa e la caduta senza appiglio. Non porto con me i due ragni in bagno né la quantità indefinita di scarafaggi, di cui un paio trovati in doccia.
Parto e lascio una casa con un cane e un fantasma triste, con un tesoro perduto nascosto da qualche parte, dell’argenteria lucidata e pile di libri gialli.
Lascio anche una cotta spezzata e un pezzetto di cuore. Succede.

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sentimenti
27 ottobre 2009
Cibo amore mio


Un giorno, nel mezzo di un lungo giro di shopping con conseguenti lamentele riguardanti taglie, misure, pancia, aderenze, strettezze, fianchi, cosce, debordanze posteriori e anteriori e infinite promesse di mettermi a dieta, un amico portato al limite dell’esasperazione mi suggerì una tecnica per non cedere alle golose tentazioni che il cibo languidamente mi lancia e alle quali costantemente cedo. Il segreto, mi disse, consisteva nel rilassarmi ad ogni stimolo di fame, e nell’ immaginare vividamente il cibo del desiderio. Una tavoletta di cioccolato, per esempio, squadrata e perfetta, liscia, dolce e appetitosa, profumata e irresistibile. Immaginarla per bene, dunque, e pensarmi mentre per saziare ogni mio desiderio la agguanto, pronta a gustarla lentamente quadretto dopo quadretto, saziandomi di dolcezze e calorie, avvolta dal benessere intimo e rilassante che solo il rompere una dieta di nascosto accoccolata sul divano può esprimere degnamente.
Il trucco era poi di convincermi che al primo boccone il sapore di tanto desiderata grazia fosse qualcosa di disgustosamente insopportabile, qualche spauracchio della tavola, qualcosa di incoraggiante al vomito, per dire –“cosa di fa schifo, ma proprio schifo schifo che non riesci a sopportare?” “fegato” “bene, allora immagina fegato”- . In tal maniera il cervello si convince che il sapore della cioccolata è in realtá quello disgustoso del fegato, cosí la voglia passa.
Da quel giorno ho sperimentato, provato, tentato, e devo orgogliosamente esprimere la soddisfazione di aver raggiunto un risultato. Purtroppo, però, va aggiunto che qual risultato non e’ esattamente quello che avrei dovuto ottenere dopo cotanto esercizio e impegno psicofisico.
Adesso amo il fegato.

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vita familiare
18 ottobre 2009
Vecchia Giovinezza


Popi?

 

[sospira] dimmi Pomi

 

sono vecchio.

 

Vecchio?

 

Obsoleto.

 

Pomi, hai sedici anni.

 

Sono vecchio dentro, Popi. Sono vecchio dentro; forse quando avrò ottant’anni sarò un ragazzino, ma adesso sono vecchio dentro.

 

In che senso?

 

Non so godermi la vita. Non so andare fuori con gli amici il sabato sera. Non voglio fumare. Non so lasciarmi andare. Mi piace stare solo. Sono sempre a borbottare su quello che non va. Sono stanco di me, Popi.

 

Pomi,

 

no, niente “pomi”.

 

Cosa devo dire allora?

 

Non lo so.

 

Ok.

 

 

 

 

sai… pensavo: se tu fossi veramente vecchio, probabilmente ormai sapresti che cosa vuoi sentirti dire.

 

Ma io non sono vecchio, …

 

Appunto.

 

 


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CULTURA
17 ottobre 2009
Vuoto di Cereali, in Salotto



Popi?

[sospira] dimmi Pomi

ti viene mai nostalgia di te?

Nostalgia di me?



Non mi pare.

Ah.





Ma in che senso nostalgia di me?

Nel senso che ti manchi.

/ma va/ [riprende a scribacchiare sul bordo di una pagina del libro che sta leggendo appoggiandosi sul bracciolo della poltrona rossa.] No, non mi sembra di mancarmi

[prende una manciata di cereali dalla scatola, stravaccato sul divano] a me sì

e cosa ti succede quando ti manchi?

[deglutisce] Niente di particolare. [riprende i cereali] Mi sento vuoto, così mi lamento. Mi compiango. Mangio. Mi cerco. Finisce che non mi trovo, di solito, ma perlomeno passo il tempo. Voglio dire, invece di passare ore a compiangermi e mangiare, le passo facendo qualcosa. Cercandomi. Così dopo un po’ finisce la giornata, vado a dormire e non ci penso più.

E ti fa stare meglio?

Dormire? Sì. [scuote la scatola per prendersi ancora un po’ di cereali] Di solito sogno che mi cerco, e mentre mi cerco mi trovo in una stanza con una cartina del mondo enorme. La guardo, giro il mondo con gli occhi, ficco il naso un po’ in tutti i paesi e poi finisce sempre che mi trovo nello stesso posto. È confortante.

E dov’è questo posto?

Ah, non mi ricordo. [arraffa un’altra manata di cereali]

Pomi, molla quei cereali, li stai finendo.

Ma mi sento vuoto!

…Pomi, vuoi che ti dica un posto dove potresti andare a cercarti?

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15 ottobre 2009
Cuffie
 

Giacca blu.
Una giacca blu, dotata di indossatore, aspetta alla fermata dell’autobus.
È mattina, solita ora, solito sonno che avvolge e stritola in una nebbia pastosa.

Sapore di latte, briciole di biscotti. Musica nell’Ipod, estraniato dal mondo. Come tanti altri, del resto: sguardo fisso avanti a sé, mutanti comatosi distratti immersi in una nuvola di ritmi martellanti, tutti uguali, rumorosi, fastidiosi. Cuffie che ti rubano cervello e pensieri.
Anche lui è distratto e mutante, seduto stravaccato –terza fila, destra, posto al finestrino.-, mentre aspetta senza rendersene conto, non si rende conto di niente, a dire il vero, troppo stanco per qualsiasi cosa, troppo drogato dalla musica a tutto volume che lo stordisce subdolamente, troppo debole –debole, sì, mente atrofizzata, cervello ovattato- per qualsiasi reazione.
L’autobus frena. Non rallenta: un momento è lanciato libero e felicemente sfrecciante lungo la strada, e poi il momento dopo–sobbalzo generale e rovesciamento di gran parte dei trasportati- è inchiodato sull’asfalto, ruote leggermente fumanti e gran vociare di insulti feroci a bordo. Il fiume di persone della fermata si ammassa, spinge, scivola nella porta, inonda il corridoio e i posti liberi.
La giacca blu avanza un po’ incerta, barcollante.
Si ferma al posto vuoto, di fianco a lui.
Vecchio professore. I baffi ben curati, bianchi, i capelli impomatati, ancora più bianchi, splendenti quasi. La giacca blu perfettamente ordinata, non un capello sulle spalle, non una piega distratta. La mano destra stringe la maniglia di una valigetta di cuoio, rettangolare. Vecchio stile.
Si siede, stringendo il sedile avanti a sé per non sbilanciarsi troppo e cadere, non mollando la presa della valigetta un secondo, stringendola forte, non abbandonandola.
Accanto a lui, il manichino distratto continua a fissare il vuoto, fuori dal finestrino. La musica martella, fuoriesce dalle cuffie, si sparge malefica, rompendo la pace. Rap. Rap martellante, rap tutto uguale. Rap rumoroso, fastidioso, odioso, non melodioso, non romantico, non dolce di mattina, non gradito, non felice.
Il professore sospira.

Giacca blu.
La giacca blu è ripiegata al braccio, appesa e stanca come chi la porta. La valigetta è per terra, a fianco della panchina dov’è seduto il professore.
È sera. Solita ora, solita stanchezza che ti sale dai piedi fino alla testa, premendoti le spalle verso il basso, facendo cadere il mento sul petto. Aspetta alla fermata l’autobus –in ritardo, come al solito-, ripensando a quella musica insopportabile del mattino, a quel giovanotto maleducato, a tutti i problemi e le belle cose del giorno appena passato.

Odore di stanchezza e sapore di una sigaretta. Musica nell’Ipod, estraniata dal mondo. Come tanti altri, del resto, rifugiati nel conforto delle canzoni, unico relax dopo una lunga giornata, stanchi e accoccolati in un nido di musica che li accompagna. Cuffie che ti rassicurano e ti riposano.
Lei guarda dal finestrino, e distrattamente osserva tutte quelle persone alle fermate dei bus, ammucchiati e pronti a balzare per prender posto, omogenei e mescolati in macchie uniforme, ma alla prossima c’è solo quella giacca blu, aggrappata a una camicia a quadrettini, azzurra.
Il bus rallenta, quasi non si ferma, pronto a ripartire non appena il passeggero solitario sarà salito, ansioso di andarsene finalmente a riposare. Rassegnazione di chi è a bordo: tornare a casa la sera è lungo eterno. Ma c’è anche quel cameratismo, anche tu sull’ultimo bus, quella complicità e convivenza tranquilla e pacifica, si sentono tutti sulla stessa barca –effettivamente, barca, bus, sempre là siamo-. Tutti stanchi compagni di sventura.
La giacca blu e il professore salgono, oltre a loro nessuno.
Lentamente, passo leggermente strascicato, il professore avanza.
Si ferma di fianco al sedile vuoto, sobbalzando per la partenza improvvisa dell’autobus, aggrappandosi al sedile di fianco, ben attento a non lasciare la valigetta.
Vede la sua compagna di sedile: un piercing all’orecchio destro e cuffie all’orecchio; rabbrividisce pensando ad un altro lungo viaggio con un martellamento di timpani. Si guarda attorno, ma tutto è occupato. Riluttante, si siede.
Lei si gira. Sorriso, e sfila la cuffia dall’orecchio destro –piercing a decorarlo-.
“la disturba?”
“scusi signorina?” accento inglese e aristocratico
“la musica. La disturba? Il volume, voglio dire...” comincia sicura, poi si imbarazza, farfuglia un pochino. Qualche nota ovattata fuoriesce dalla cuffia destra, stretta tra le dita. Beethoven, sonata per pianoforte numero quattro opera sette. Adagio con molta espressione.
Il professore sospira e sorride. “no, cara, non si preoccupi. Grazie”
Lei rimette la cuffia al suo posto, ma poi ci ripensa e la lascia cadere, orecchio nudo –solo un piercing- e aperto alle parole del vicino. Mondo nebuloso e musicale con una porta sulla realtà. Lui chiude gli occhi e si appoggia al sedile. Il pianoforte suona, l’autobus viaggia.

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sentimenti
14 ottobre 2009
Legati per sempre



Un pomeriggio di follia e la notte è venuto a letto con me.
Il mattino dopo, svegliarsi e toccarlo, lì alla mia destra: gioia!, il sogno è realtà.
Per tutto il giorno, mi specchio e lo vedo, le nostre immagini fuse. Lui è lì, in un riflesso che mi rassicura, compagnia che non mi abbandona, discreta onnipresenza.
Penso già di amarlo. Lo sento sempre con me, in me!, inciso nei miei pensieri e nella mia carne! Guardarmi è vederlo, toccarmi è sentirlo; siamo irrimediabilmente legati.
Soffrire, anche. Non poco: attimi travolgenti di dolore senza appigli in cui mi pento di averti mai desiderato, conscia che dovessi lasciarti, estirparti, avrò per sempre una tua ferita a marchiarmi, segno indelebile di questa nostra storia.
Poi tutto passa, e l’amore ritorna.
Perché ne sono sicura, io lo amo.
Bello lui, il mio piercing.

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vita familiare
8 ottobre 2009
Un Sasso

"A dirla tutta, quel sasso non era veramente questa  gran cosa. Era un pezzo di pietra qualunque. Viveva la sua normale vita  da sasso, ogni tanto finiva in una pozzanghera, oppure capitava che sprofondasse sotto terra, o veniva lanciato da qualche ragazzetto balordo. Era un sasso normale: senza crepe ma non liscio, senza bozzi ma non perfetto.

Era anche alquanto noioso, se devo proprio aggiungere, e vorrei anche rendere noto che…”

Sasso, taci. Abbiamo detto che sei speciale?

"...Si" 

Bravo, quindi sottoponiti alle nostre moine, chiudi il becco mettiti l’animo in pace, dacci delle comuniste staliniste, fa’ quello che ti pare, ma non azzardarti ad aprir bocca di nuovo.Lasciati lodare, sii meno duro – ok non è la parola più adeguata per un sasso – con te stesso.

Ci siamo noi a raccontarti, ora.

 

Dicevamo, il sasso è speciale.

Lo guardi, effettivamente non noti nulla di particolare.

E’ ben costruito da dentro, solido fino in fondo, senza imperfezioni, saldo e concreto come una piccola roccafotrte.

Ma un sasso comune, sotto questa analisi superficiale, un sasso come tanti suoi compagni sassi di questo sassoso mondo.

Se qualcuno ricorda, però in un certo racconto, una volpe dice a un piccolo principe che l’essenziale è invisibile agli occhi. E chi a questo mondo è mai riuscito a vedere un pensiero? Chi è mai riuscito a cogliere, anche solo di sfuggita, la famigerata nuvoletta che esce dal cervello con il pensiero disegnato dentro?

Nessuno.

Ma quanti di noi hanno saputo indovinare i sentimenti di una persona basandosi su quello che aveva dentro, nascosto alle nostre pupille?

Con il nostro sasso la storia è proprio quella: insospettabile e invisibile, da lui uscivano continuamente pensieri, osservazioni, ragionamenti silenziosi, quantopiù invisibili agli occhi fosse possibile.

Il nostro sasso pensava. – "e capirai" / sasso, zitto./-

Se n’era acorto stupidamente, in un momento alquanto scomodo, mentre un ragazzo lo raccoglieva da terra per scagliarlo contro una vetrina. Era in quel periodo in cui saso viveva in città – bei tempi- ed era il’68. Studenti si riversavano nelle strade a manifestare, e proprio quel giorno – 24 settembre 1968 – un corteo attraversava le strade al ritmo di cori e sventolamenti di bandiere. Un ragazzo –sciocco-  preso dall’impeto ribelle, aveva raccolto Sasso e, dopo averlo palleggiato qualche minuto, si stava preparando a scagliarlo.


Fine... Per ora.


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28 settembre 2009
Oche (parte II)


Dopo l’incidente, l’oco superstite non si riprese più. Era solo, e non riusciva a capacitarsene; la sua ombra, il suo amico, il suo compare, compagno, fratello, era sparito, e lui ora vagava senza meta per il giardino, starnazzando per poi, spaventato al non udire alcun eco o risposta, tacere e chiudersi in una muta desolazione. Aveva iniziato a passare le ore fissando il cancello automatico, scagliandoglisi contro con tumultuosa furia ad ogni suo movimento. Il perché lo facesse, è un mistero la cui risposta non è data a sapere.
Era diventato la morte su due zampe palmate, e depresso ciondolava inerme e senza scopo, se non quello di distruggere tutto ciò che attraversasse il suo cammino –ovviamente i membri umani della famiglia erano inclusi in ciò che disturbava la sua quiete tormentata-.
Per cercare di risollevargli il morale e per evitare che si suicidasse buttandosi in piscina anche lui, i miei gli comprarono un nuovo compagno: un’ altra ochetta gialla e batuffolosa allietò il giardino con i suoi pigolii e ballonzolamenti sbilenchi.
Nei giorni a seguire l’arrivo, la piccola palmata era scortata ovunque da un bipede dotato di pollice opponibile e bastone da pastore. Era troppa la paura che il terminator alato decidesse di compiere un atto omicida e distruggere la piccola senza lasciarne traccia, così a turno seguivamo il giovane paperotto nelle sue esplorazioni in giardino, pronti a difenderlo strenuamente e imporci tra lui e l’oco psicopatico pur di salvarlo –e credetemi, per mettersi tra quella specie di tritacarne con il becco e la sua preda è dimostrazione di strepitoso coraggio-.
Ma le nostre erano paure infondate: Lui, immerso nella nebbia della sua disperazione, non lo badava neanche di striscio, limitandosi a fissare dritto avanti a se, attento solo al cancello –sempre che non facesse movimenti sospetti-. Gli unici momenti in cui dimostrava un minimo interesse nei confronti del nuovo venuto era quando lo beccava ferocemente sulla testa, tranciando alla radice ogni tentativo di avvicinamento.
E in questo il papero tristo dimostrava un certo masochismo oltre a un’idiozia di fondo, dato che dopo due giorni non aveva ancora capito che se si azzardava a sfiorare il piccolo, immediatamente gli sarebbe arrivata una bastonata dal custode di turno. Ma si sa, le oche son oche, che ci possiamo fare.
Dopo breve tempo, però, la situazione cambiò: il bipede e pennuto carabiniere temuto da ogni cancello presente nel giardino decise di prendere come successore il suo giovane simile, permettendogli di avvicinarsi e farsi prendere sotto la sua ala protettiva senza rischiare di essere crudelmente assassinato. Passeggiava con lui, raccontandogli delle insidie della vita e discutendo degli interrogativi dell’universo, mentre il giovane palmato gli trotterellava dietro per tenersi al passo. Li chiamammo Socrate e Platone.

Un giorno non troppo tempo dopo l'arrivo del suo seguace, Socrate morì avvelenato –e tutto torna-, e il giovane Platone rimase solo. Per evitargli la depressione in così tenera età, i miei portarono precipitosamente a casa un quarto pulcino.
Maschio anche lui, come si scoprì in seguito. Abbiamo fatto l’amplein: quattro su quattro ochi maschi, e, a dispetto dei nomi, stupidi fin nel profondo del midollo. Mai viste cose simili.
Comunque, il piccolo -subito chiamato Aristotele, tanto per continuare la serie- era arrivato e si era velocemente ambientato con il nuovo amico. Entrambi i bipedi erano ancora in giovane e giallo piumata età e, evidentemente, necessitavano di una figura materna o paterna che li guidasse nella retta via. Sembravano un po’ sbandati e sperduti mentre la notte si accoccolavano l’uno vicino all’altro sentendosi –ne son sicura- deleritti e abbandonati in una terra abitata da fantasmi.
Pare però che mia mamma in quel periodo avesse cominciato a fargli “pio pio”. Letteralmente.
Voglio dire, ogni volta che usciva di casa –e mia mamma, santa donna, esce di casa con una frequenza di due volte all’ora per scarrozzare la figliolanza- e percorreva in macchina il viale nel giardino, cacciava la testa fuori dal finestrino e con un falsetto perforante lanciava il simpatico richiamo. Pio pio, e pio pio, e dagli con i pio pio, i pennuti, felici di sentirsi finalmente chiamati affettuosamente da qualcuno, si convinsero che quello fosse il verso materno.
Il punto è che non iniziarono a seguire mia mamma. Magari.
Iniziarono a seguire la macchina di mia mamma, dalla quale la genitrice si sporgeva per lanciare le gioiose grida; la somiglianza tra una Toyota e un’oca del Campidoglio, devo dire, mi sfugge tutt’ora, ma gli oscuri meccanismi che regolano l'intricata mente delle oche sono qualcosa di cui non sono minimamente esperta, e che quindi non pretendo di riuscire a comprendere. Comunque sia, i gentili richiami che mia mamma mandava ai suoi protetti con le ali valsero allaToyota la perenne devozione dei due.

La scena si ripete tutt’ora un infinito numero di volte al giorno –tante quante le volte in cui mia mamma esce di casa-, ed è la seguente:
non appena i due pennuti avvertono qualche vibrazione del terreno che possa fargli capire che c’è una cosa con le ruote in avvicinamento, si bloccano e volgono i lunghi colli verso il cancello. Attendono.
Se la macchina sta uscendo dal giardino, si limitano a zampettarle incontro prima che il cancello si apra e la inghiotta –di solito vince il cancello-, per poi uscire anche loro, un po’ spiazzate dal vedere che l’automobile corre molto veloce, rassegnarsi e, se il cancello si è già richiuso, sedersi diligentemente ad aspettare la mamma.
Se la macchina sta arrivando, invece, il tutto diventa più scenografico: dopo essersi bloccate, la riconoscono immediatamente, anche senza vederla. Non appena il cancello automatico comincia la sua lenta apertura e il muso dell’automobile viene scorto, i due pennuti entrano i fibrillazione e corrono ad ali spiegate, accompagnando la corsa da un festoso starnazzare di piacere, ad accogliere la mamma di ritorno.
E questo lo fanno anche se sono dalla parte opposta del giardino. Generalmente è meglio che siano ben lontane, perché se sono già nelle vicinanze, comode comode si piazzano davanti alla macchina, già pronte a farle compagnia e impedendole di ripartire senza stenderle.
Corsa fino al cancello, comunque, è il punto numero uno. Punto numero due consiste nell’accompagnare la mamma a casa: tenendosi alle calcagna, ricominciano la corsa a velocità folle, ali sempre spalancate che talvolta concedono lo spiccare in volo –basso, però- , vociare con volume al massimo. E mia mamma che guida, rassegnata e quasi pentita. Provando a riparare al danno, non pigola più dal finestrino, ma tutto è inutile ormai: i due pennuti seguono perennemente e devotamente la macchina con la loro corsa forsennata fino al parcheggio, dove –punto tre, come si diceva sopra, fare compagnia alla mamma- le si stabiliscono attorno soddisfatte, becchettandola su tutte le fiancate per dimostrare il loro affetto.
Hanno anche dato il via alla simpatica operazione di levare –attaccandosi con il becco ad un’estremità e tirando con tutte le forze e l’ostinazione possibile- una rifinitura di gomma che penso servisse per attutire lo sbattere del bagagliaio. Grazie a questa loro privata occupazione, adesso la nostra macchina ha anche la coda.
Ovviamente, mentre circondano di affetto la loro genitrice quattroruote, circondano anche la casa di abbondanti scacazzamenti.

Ora i nostri Platone e Aristotele godono di ottima salute –perlomeno fisica, perché su quella mentale ci sono alcuni dubbi-, sono bianchi e panciuti ma bene in forma grazie agli sforzi olimpici che compiono ogni giorno, amano alla follia la loro mamma e, purtroppo, sono già troppo vecchi per essere messi in forno.

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26 settembre 2009
Oche (parte I)
 

Sempre della serie “la mia famiglia ed altri animali”, anche se sarebbe più da dire “gli animali e la mia famiglia”, sono le oche Gina e Pina.

Approdarono nei giardini circa tre anni fa, o quattro, per il compleanno di mia mamma. Mi sentirei in colpa se non aggiungessi che tutto partì da una mia battuta. Se avessi tenuto la boccaccia serrata, a questo punto non avremmo di questi problemi. Comunque sia, non si può cambiare il passato: quando mio papà, indeciso sul regalo da comprare, mi chiese un’opinione, io dissi, data la passione di mia mamma per qualsiasi cosa riguardi i simpatici bipedi bianchi e dondolanti, “ma prendiamo due oche!”. L’avevo detto per scherzo, però.

Mio papà l’aveva preso sul serio, così il pomeriggio si precipitò all’allevamento più vicino a casa, comprò due pulcini gialli e li chiuse in garage, dentro una cassetta di legno perché non scacazzassero sulla sua preziosa moto Guzzi. Il mattino dopo, sveglia presto per sgattaiolare a riprendere i pennuti, agghindarli con rispettivamente un fiocco rosso e uno rosa e portarli sotto il portico, sempre nella loro cassetta.

Allo starnazzare sconosciuto, mia mamma si affacciò al balcone e vide due pulcini gialli e strapazzati che imploravano amore materno. Le si sciolse il cuore.

Gli inizi furono idilliaci: era estate, e i piccoli ci zampettavano dietro ogniqualvolta uno di noi uscisse in giardino, e pigolavano perché ci fermassimo ad aspettarli. Erano così buffi, mentre arrancavano tra l’erba sempre troppo alta per loro, e li osservavamo orgogliosi mentre ci becchettavano affettuosamente le dita quando gli porgevamo dei fili d’erba da mangiare.

Purtroppo presto arrivò l’adolescenza, e con questa si presentarono anche squilibri mentali che non si erano mai manifestati prima. Intanto non erano più i dolci pulcini piumosi e soffici, ma due ocotti di mezza taglia, spennacchiati e bianchicci per la muta delle penne, che sbatacchiavano le ali ancora troppo piccole correndo per il giardino. Era uno spettacolo tristemente comico vedere gli sforzi dei due piumati per levarsi in volo, e noi aspettavamo che il cambiamento si completasse per avere finalmente i due bianchi pennuti che mia mamma sognava.

Un giorno, mentre la muta non era ancora completa, mio fratello aveva portato le due oche a fare un giretto per il giardino. Sedutosi, aveva iniziato a porgere i consueti fili d’erba ai pennuti, quando improvvisamente uno dei due, spalancate le ali e fissato l’umano con sguardo vuoto e minaccioso, gli si precipitò contro beccandolo nel mezzo della fronte. E questo fu l’inizio.

Un altro pomeriggio, mentre passavamo un dopo pranzo all’aperto bivaccando al tavolo ancora apparecchiato, arrivarono i nostri due cani –sempre loro, sì-, che iniziarono ad azzuffarsi fraternamente per farsi un po’ notare. Immediatamente, una delle due oche che stava militando attorno al tavolo per controllare che l’ordine regnasse e interpretava magistralmente il ruolo di carabiniere, si precipitò a separare i due litiganti, beccandoli abbondantemente su testa e fianchi. Non ho mai visto i miei cani scappare con uno scatto così veloce, e sì che ho passato due anni a vedermeli fuggire da sotto il naso.

Da quel giorno, i cani avrebbero girato bene al largo e con la coda tra le gambe, guardandosi bene dall’ avvicinarsi alla coppia di piumati gendarmi che pattugliava notte e giorno il giardino. Quando i cosiddetti migliori amici dell’uomo se ne andarono per diventare esperti pet-therapisti, sono sicura che i due pennuti si sentirono smodatamente compiaciuti nell’aver eliminato dalla scena due dei concorrenti al controllo del giardino.

Nello stesso tempo, iniziava a rendersi chiaro che i palmati due non erano Gina e Pina come avevamo tanto sperato, ma Gino e Pino. Niente uova di oca, quindi, e niente nuovi pulcinotti allegramente pigolanti ad animare il giardino.

 

Con l’arrivo dell’autunno, l’inizio della scuola e il rientro nel tran tran quotidiano, le oche –pardon, gli ochi- iniziarono a trascorrere molto tempo da soli. Non avevamo più la possibilità di seguirli e accompagnarli in lunghe passeggiate all’aperto, e loro pian piano si dimenticarono di noi; ci rimossero dal loro piccolo cervello. Le nostre facce non significavano più niente per loro, nonostante ci vedessero quotidianamente, e questo significò la rottura del rapporto: ci identificavano come estranei, e come tali andavamo allontanati.

Ma questo è quello che penserebbe una normale oca. Le nostre, con il loro delirio di onnipotenza, pensavano che in quanto estranei andassimo definitivamente eliminati, e per proseguire nel loro intento ci puntavano a collo teso e ali spalancate, starnazzando in modo ben poco amichevole ogniqualvolta osassimo mettere il naso nella loro area di competenza. Il che significava ogni volta che si metteva il naso fuori di casa, perché le due pennute si erano bizzarramente convinte di essere padrone dell’universo.

Sfortunatamente non ci fu mai modo di farci riconoscere nuovamente come amici, e nonostante l’arrivo della primavera seguente e la nostra presenza sempre più assidua in giardino, le due continuavano imperterrite a puntarci e farci fare di quelle corse che alle Olimpiadi se le sognano.

Era diventato un problema anche solo aprire il cancelletto del loro recinto: non appena il chiavistello scattava, le due si precipitavano contro l’usciere, costringendolo a doverose ma poco onorevoli ritirate accompagnate da ululati di terrore e strilli riecheggianti.

Per darci un contegno e tentare di sottrarci al tristo destino di venire sottomessi da una coppia di oche –oche!-, iniziammo a girare per il giardino muniti di bastone.

Non sto scherzando. Provate voi a farvi attaccare da una coppia di oche –permettetemi di continuare a sottolinearlo, perché vorrei mettere totalmente a fuoco la questione: stiamo parlando di oche. Qua-qua. Zampe palmate e coda scodinzolante a ritmo con l’andatura a dondolo. Non parlo di Rottweiler né di zebre scalcianti. Quelle che avevano preso il potere nel nostro giardino erano due oche.- oche assatanate, dicevo, e vediamo poi chi ride. La situazione era diventata pericolosa: non si poteva più uscire di casa senza sentire il feroce sibilo alle spalle. A quel punto si rientrava, ci si blindava la porta alle spalle e –dopo opportuni riti di incoraggiamento guardandosi allo specchio e gonfiando i muscoli- si usciva solamente armati.

Purtroppo, con l’arrivo dell’inverno seguente, una tragedia accorse.

Mentre eravamo lontani da casa –il tutto nei giorni della merla, un freddo cane che non si immaginava-, le due oche erano riuscite ad evadere dal recinto e, preparando piani di assalto alle macchine una volta saremmo tornati a casa, si erano date alle passeggiate di complotto.

Un giorno le passeggiatine finirono: uno dei due allegri compagni si avventurò nella piscina, allora ghiacciata, e, forse dopo strenue lotte per uscire, forse abbandonandosi languidamente al freddo, annegò.

Forse si trattava di suicidio, perché è il primo caso di oca annegata di cui sento parlare.

Quando tornammo, trovammo il macabro spettacolo dell’oco a ali spalancate e collo affogato, mentre il suo compagno lo aspettava a bordo vasca, starnazzando e chiamandolo affinché uscisse e la smettesse di scherzare, dato che iniziava a preoccuparlo. Era una scena di una tristezza infinita.

 

 


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21 settembre 2009
I cani


Che a casa nostra non girino animali tanto normali, ormai si sa.
Si era partiti quindici anni fa con i gatti, ognuno chiamato con il nome di una pietanza –quando mai si era sentito parlare di un gatto chiamato Brodo?-, per poi avere i pesci cannibali e in seguito i cani, dotati di privata ambizione di sterminare i pollai dei vicini e finiti per esasperazione in un centro di ex-tossico dipendenti. Poi sono venuti i pennuti: i piccioni molestatori della quiete pubblica, le oche convinte di dominare il mondo e infine le galline da attico.

Tralasciamo i gatti, che possono definirsi anche normali se si sorvola sul nome e sulle strane attitudini quali il dormire in equilibrio sulla testa di una statua aborigena o sul bracciolo di una panchina, l’apparire sui balconi delle finestre ad altezze sconsiderate –ovviamente appaiono dall’esterno- e l’avere ognuno un’autostima che supera i livelli di sicurezza. Ma d’altronde sono gatti. I gatti sono narcisi di natura.
Passiamo subito ai cani, invece: i due animali erano una felice coppia di fratellastri adottati in tenera età dopo mesi e mesi di sfinimento "papà, vogliamo un cane!". Va sottolineato il "papà". La mamma, che certe cose se le sente, aveva già i suoi dubbi riguardo la cosa. Comunque sia, alla fine la vincemmo noi. E li portammo a casa.
Uno dei due era relativamente normale. Da cucciolo, voglio dire. Prima di arrivare a casa nostra.
Era un normale cucciolotto, uno di tanti fratelli, sguardo felicemente ebete ma dolce, un’allegria sconsiderata, pancia tonda e gommosa, insomma, la beatitudine di essere cane.
L’altro, ahimé, era strano fin dall’inizio, e tutte le famiglie adottive l’avevano notato, scartandolo accuratamente. Era infatti rimasto l’ultimo della cucciolata, solo nel recinto.
Mio papà –e qui si potrebbe scegliere un epiteto che non sarebbe molto gradito ma che paragonerebbe il genitore a un folpo di mare- si era intenerito a vederlo, quel povero cucciolo solo soletto e rifiutato dal mondo, e così aveva deciso di prendere anche lui.
Rendo noto che quando si comprano dei cani, prendere una coppia di maschi è, per dire, smodatamente incosciente da parte degli acquirenti, in quanto i quattrozampe risvegliano le origini lupesche e creano branco a sé, in cui ovviamente gli umani non sono inclusi. Questo porta a diverse manifestazioni di indipendenza e ribellione che generalmente si concludono con la disfatta di uno dei branchi. Quei due malefici vigliacchi avevano deciso che ci avrebbero portati alla sconfitta per sfinimento, e così cominciarono fin dalla più tenera età a scavare fosse sotto la rete del giardino per fuggire verso la libertà. Questa corrispondeva con i campi di pannocchie circostanti. Migliaia di metri quadrati –centinaia di migliaia- di campi di pannocchie.
Che in autunno, ancora ancora, non costituiscono una foresta. Vengono tranciate e i campi restano coperti dagli smozziconi di fusto, altezza media trenta centimetri. In estate, però, i suddetti vegetali acquistano un che di alquanto fastidioso in quanto si ergono in altezza fino a raggiungere i due metri abbondanti, costituendo così una sorta di coltre verde -una volta il nostro giardino, in estate, venne definito "un bosco in mezzo a una foresta"- attraverso la quale non vedi ma neanche se hai i raggi x al posto degli occhiali.
Ecco, i nostri adorabili cani si divertivano a scorazzare tra le simpatiche pannocchie, lasciandoci puntualmente con un palmo di naso. Era seccante sentire le sfuriate di mio papà ogni volta che noi imbecilli ci lasciavamo sfuggire i cani, che divertiti scappavano da tutte le parti, ma fortunatamente una volta, mentre con il cancello socchiuso lui firmava una ricevuta al postino, i due bastardi –che poi tanto bastardi non erano- gli svicolarono tra le ginocchia per darsi all’allegra corsa campestre quotidiana. Da allora, mai più verbo fu proferito riguardo al farsi sfuggire i maledetti da sotto il naso. Ne furono proferiti alquanti, però, quando gli amati e fedeli compagni quattrozampe fecero strage di ben due pollai, divertendosi a fare razzia e a farsi poi trovare dai fattori, sorridenti ed esausti dopo la notte di follie. Circondati da cadaveri o pennuti moribondi. Generalmente tenevano anche in bocca una zampa di gallina, tanto per non far capire che erano stati loro a trucidare orrendamente tutti i poveri gallinacei.
Spesso alle scorribande dei nostri cari, si univa anche un botolo dei vicini, un maltese di dimensioni 40x20 e dal pelo rapato a zero. Il suddetto nano maltese era ferocemente innamorato del cane pazzo -quello pazzo davvero- nostro. Erano una coppia affascinante, a dire il vero. Anche il trio, nel complesso, non se la cavava male; mia mamma era ormai rassegnata al sentirsi rispondere, quando nel mezzo della ricerca disperata domandava ai passanti se avevano visto due cani in fuga, “due no, signora, ma di cani bianchi ne abbiamo visti tre. Andavano da quella parte.”.
Dopo un paio di anni all'estenuante ritmo di un paio di scappate al giorno, per puro caso e oserei aggiungere per puro culo, venimmo a sapere dell’esistenza della pet-therapy in strutture di riabilitazione per tossici o portatori di handicap. Dire che ai miei si rizzarono le orecchie è superfluo. Nel giro di una settimana avevano trovato contatti con un personaggio in una di queste comunità, lavato e profumato i cani e li avevano portati in montagna a fare un incontro per vedere se erano adatti all’incarico. Penso che mia mamma abbia pregato tutti i santi pregabili per far sì che i due mostri venissero accettati e lei fosse liberata da quel fardello che le rovinava la vita da due anni a quella parte.
I due fetenti –e per questo direi che la fervida fede risvegliatasi in mia madre durante quella settimana ha portato a risultati immediati e concreti- furono immediatamente accettati.
Fetenti perché si comportarono impeccabilmente, camminando al passo tranquillo dei padroni, quasi sfilando, e mostrandosi addirittura timidi e deferenti di fronte alle alte cariche del centro.
Fu dunque così, dopo due anni di convivenza, che i nostri cani fuggitivi –di cui uno di tendenze gay- si ritrovarono in un centro di cura per drogati.
Ora che non vivono più con noi pare che siano alquanto tranquilli tutti e due.
vita familiare
28 agosto 2009
Una Chat Su Skype


Popi, perché non mi chiami?

Risulti non in linea

Risulto?

Sì, non in linea, ma…

Che strano

Che strano cosa?

Risulto

Risulto?

Sì, non in linea. Risulto è strano.

Beh, insomma…

Popi, quant’è che non usi la parola bastimento?

Bastimento?

Io l’ho usata ieri finendo una lettera, ho mandato unbastimento carico di baci dentro la busta; pensavo di aver dimenticato quellaparola, e invece al momento giusto è saltata fuori. Voglio dire, “giusto”,dovrebbe far piacere ricevere un bastimento carico di baci, no? Era una buonaconclusione per una lettera, eh Popi?

Sì, ma cosa c’entra?

È che risultare non in linea mi pare strano!

Pomi, sragioni…

No, no! Risultare non in linea è come bastimento! Dire cherisulto non in linea… Mi pare di sentir dire che c’è un bastimento in porto.Non dici che c’è un bastimento in porto neanche se lo vedi: dici che c’è unabarca, una nave, un transatlantico! E mi vedi non in linea, sembro non inlinea, non mi trovi in linea, sono disconesso. E poi Popi, io sono!, sembro!, dai, non risulto! Non voglio risultare qualcosa, Popi, voglio essere qualcosa! O anche qualcuno, eh, anche se devo dire che essere una teiera non dovrebbe essere quel gran male, voglio dire, sei lì, to...

Pomi

Sì Popi

Stai zitto

Ok Popi.


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permalink | inviato da Zaque* il 28/8/2009 alle 11:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sentimenti
16 agosto 2009
Grammaticalmente, ti amo


"Ti amo".
Cinque lettere: tre vocali, due consonanti e poi lo spazio, che va considerato, sennò si offende e sparisce, lasciando che le altre due parole si attacchino/ "Tiamo"/ fuse in un'unica parola che non racchiude il significato delle altre due.

"Ti amo", "I love you", "Je t'aime".
Tre modi per dirlo, stessa sensazione che si prova a sentirselo dire.

"Ti amo". 
Io, soggetto, amo, predicato verbale, a te, complemento di termine.
Tre parti, come di tre parti è composta la frase, senza troppe analisi: parola, spazio, parola.
Soggetto, complemento, verbo.
Io, te, l'amore.
Tre parti.
politica estera
15 agosto 2009
Guarda in alto e spera



Non mi sembra di aver mai avuto una fervida fede, un fermo credo, una focosa fiducia nel padreterno.
Ci ho creduto senza troppe discussioni, ne sono sempre stata abbastanza convinta eccetera, ma mai avute grandi passioni per religione e argomenti correlati.
Poi c’è stata una rottura data da testardaggine e ignoranza mie, che però fan sì che tuttora ci sia una certa diffidenza verso l’alto dei cieli.
Nonostante questo, qua agli antipodi ogni volta che devo attraversare una strada finisce che –dopo interminabili controlli e ragionamenti- mi raccomando alla Madonna: ma queste stramaledette macchine si decidono su da che parte della strada vogliono guidare?

vita familiare
12 agosto 2009
Trasloco


Causa forza maggiore (e vorrei ben vedere chi si metterebbe in mezzo tra un umile narratore e la suddetta forza che, lo assicuro, è una forza ben forzuta –qualche riga e sarà dato a sapere-), le narrazioni dei viaggi di Zaque si spostano di blog.
Questo spazio ritorna in pieno possesso della Zaque stessa, che in fondo preferisce blaterare delle sue cose in solitario, senza dover dividere lo spazio con un narratore impiccione.

Viene dato a sapere a te, lettore, che questo trasferimento non è frutto di una lite per lo spazio, di un battibecco da dirimpettai o qualcosa del genere.
La colpa dello spostamento è una passeggiata in spiaggia; un giretto per schiarire la mente dopo una divergenza di idee tra me e la soggetta de /soggetta…/ -Zaque, chiudi il becco-. Dicevo, una divergenza di opinioni tra me e Zaque.
Il fatto è che dopo un paio di chilometri macinati rimuginando ho pensato di fare un bagno.
Mi sono dimenticato degli squali australiani.

E dunque indovinate perché il nuovo indirizzo per trovare le avventure di Zaque nella terra dei canguri è questo:

http://dallapanciadelloskualo.ilcannocchiale.it

sentimenti
8 agosto 2009
Sei-tan e Zaque
ATTENZIONE
I racconti di Zaque va in Australia, come dire, mi prendono un po' la mano, pertanto le avventure Aussie qui descritte sono tutte e totalmente fuori da quello che succede veramente.
I personaggi sono immaginari, i luoghi mixati, i fatti inventati.
Se vi dovesse capitare di conoscere qualche australiano identico a quelli raccontati qua, sappiate che state parlando con un elmento immaginario. Segnalatelo, se vi infastidisce, e vedrò di farlo tornare nel blog.

**********************

 

/mhm… dove sono…. AGH/
Eccola sveglia, la nostra Zaque. Sono le tre del mattino.
Ma per pietà, lasciamola dormire ancora un po’, e prendiamoci anche noi qualche altra ora di riposo: aspettiamo che siano i pappagalli a tirarla giù dal letto.

Alle cinque e mezza, puntuali, i pennuti cominciano le prove del coro mattutine, guidate da uno starnazzante cacatua probabilmente dotato di amplificatore interno.
Zaque, rassegnata, si alza.
Colazione in divano, e attesa.
Aspetta che Rose si svegli per scoprire cosa si fa quel giorno.
Aspetta.
Aspetta ancora.
Aspetta, cara, tanto tempo ne hai…

Un’oretta dopo, Rose spunta dalla camera da letto -bigodino e vestaglia-, e con un energico “good morning darling!” saluta la nostra aspettante.
Velocemente, Zaque apprende che quel giorno sarà portata in un centro commerciale e abbandonata alle grinfie di una ragazza cinese, exchange student anche lei.
/mah, ok. La mia prima amica, che bello! Dai, su, sorridi, sorridi, sorridi e pensa positivo, andrà benissimo/
Così, alle undici, Zaque era a un cafe a bersi un aussie-cappuccino aspettando questa fantomatica ragazza e immaginandosi come avrebbe potuto essere.
Vedendo un’orientale entrare e dirigersi a passo sicuro e festoso verso lei e Rose, riconosce in quel viso quella che certamente non sarà mai la sua compagna di avventure australiane.
Un metro e cinquanta per trenta chili di trucco, gioielli, accessori, borsa firmata e vestiti alla moda.
/ecco, te pareva/
Zaque è un metro e settanta per /prova a lasciar trapelare la minima informazione che ti tiro dietro una bilancia, narrator…/ dicevo, una ragazza alta e sportiva, vestita senza fronzoli e senza particolari attenzioni verso trucchi e parrucchi.
E, purtroppo, una costante e imbarazzante continua preoccupazione per il suo apparire un cetaceo fuor d’acqua; angoscia che la porta a covare rancore e invidia che sfociano incontrollati in una forma di subdolo astio e disprezzo per qualsiasi esponente del genere femminile che non superi la soglia dei sessanta chili.
Sentimento che le porta vergogna, facendola chiudere come un riccio in se stessa, sentendosi puntualmente fuori taglia e fuori posto per qualsiasi situazione.

Comunque sia, non appena Zaque incontra Sei-tan Tofu, subito le sale quel malessere, quell’angoscia, quell’ansia che vanno ad accentuarsi non appena nota gli allungati occhi della ragazza muoversi ed esprimere quella compassione sprezzante che solo una donna può palesare degnamente.
/Ecco. Troppo grassa, troppo grossa, troppo grande. Finita, quando posso tornare a casa e dedicarmi all'eremitaggio?/

Nonostante tutto, entrambe indossano la maschera e si comportano da grandi amiche.
O perlomeno, il tentativo sarebbe quello. L’effetto finale è una sorta di scenetta tragicomica da film, in cui la ragazza strana incontra la strafiga della scuola, che dopo un minimo incontro la trasforma in miss scuola.
Stavolta non è così: stavolta la strafiga tratta la sfigata con altezzosità, parlandole come si parlerebbe a un bambino incapace e intimidito in modo irritante.
Difatti, un’ora dopo guarda caso salta fuori una riunione di lavoro inaspettata, così Sei-tan riporta di gran carriera Zaque alla fermata dell’autobus e tanti saluti.
La nostra è affranta.
Tutto il bel pomeriggio in compagnia che si era immaginata, sfumato.
L’idea di libertà di essere in Australia, del non trovarsi più in quel sentirsi oscenamente fuori posto, sparita.
In compenso è ermersa la consapevolezza che non era dall’Italia che voleva scappare, non era un nuovo paese che voleva trovare, non voleva trovare più spazio, una realtà diversa.
Voleva una se stessa opposta alla Zaque di sempre: una spensierata, allegra, pronta a lanciarsi in qualsiasi forma di divertimento, senza paranoie, anche omologata, sì, pure senza cervello va bene.
Voleva scappare da se stessa, ecco: ma quel fantasma panciuto, pensieroso e triste l’ha seguita in capo al mondo, pulce nell’orecchio, insicurezza.
Zaque è nell’autobus, e pensa che forse avrebbe bisogno solo di tornare indietro, tornare a casa e rifugiarsi nel conforto della nonna e della mamma.
E un’angoscia profonda inizia a salire.


 
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settembre       

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I miei Cocchi. Sono post che veleggiano in questo blog da quando l’ho creato, e mi piacciono abbastanza. Ci sono affezionata, ecco, e non vorrei che si impolverassero troppo.

Breve Cronaca Di Una Notte In Cui E' Finito Tutto

La Leggenda

Tua Schiava

Beethoven e La Colomba

Armando e Tavolozza

Pianisti

Una Chat su Skype

Panna

Breve Storia D'Amore

Lei

 

Zaque* scrive per passare il tempo, è ancora a metà liceo scientifico e ha i classici sogni nel cassetto adolescenziali.

Zaque* scrive per divertirsi, quindi aggiorna il blog quando ha tempo e voglia.

Zaque* è molto contenta dei commenti, se ne riceve, ed è estremamente grata a chi li lascia, anche se sono negativi. Certo che preferisce quelli positivi, ma se c'è qualcosa di intollerabile e non, per favore, scrivetelo.

Zaque* è affezionata ai suoi post, e non vorrebbe mai che le venissero copiati, quindi se voleste metterli da qualche parte, per favore, lasciate riferimento al blog e a lei. E CHIEDETE, prima.

Zaque* prende le immagini da internet, ma se dovesse violare qualche copyright o cose simili, basta farglielo presente, sostituirà immediatamente.

Zaque* inventa tutto quello che scrive, non fa riferimento a persone o luoghi reali. Lanzano, Caripegne, la parrucchiera Mary, le signore Irma e Eda sono tutti frutto di fantasia. Gli unici personaggi reali sono quelli appartenenti alla sua famiglia, ma le azioni sono perlopiù mescolate da aneddoti, sentiti dire, situazioni.
Insomma, se riconoscete qualcuno o qualcosa, è puro caso.

Infine Zaque* ringrazia della gentile attenzione!


travaglio

CURRENT MOON

 

 


 

 

 

Sul comodino

 

e in giro per gli scaffali

...e per la casa

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